Stamattina ero al bar.
Il solito bar. Il solito cappuccino.
Ma non era la solita mattina.
Avevo il telefono appoggiato sul tavolo, il computer aperto, e stavo facendo una cosa che, se ci penso bene, fino a due anni fa sarebbe sembrata assurda: stavo lavorando contemporaneamente con quattro intelligenze artificiali.
Una mi stava aiutando a mettere in ordine dei ragionamenti su un’operazione M&A.
Un’altra stava rispondendo a delle richieste operative.
Una terza stava analizzando dei dati.
E la quarta… stava facendo qualcosa che prima avrei dato in mano a una persona.
Io, nel frattempo, bevevo il cappuccino.
E a un certo punto mi sono fermato.
Non perché avessi finito.
Ma perché ho avuto una sensazione strana.
Come se stessi guardando qualcosa che stava cambiando… mentre stava succedendo.
Poi parte una canzone alla radio.
Di quelle che non senti da anni.
E senza neanche rendermene conto, mi torna in mente un cartone animato che vedevo da piccolo: Il vento dell’amnesia.
E lì il cervello fa un collegamento che non mi aspettavo.
In quel cartone succede una cosa molto semplice e molto inquietante.
Arriva un vento.
Un vento strano, inspiegabile.
E quel vento cancella la memoria di tutti gli esseri umani.
Non ricordano più niente.
Non sanno parlare.
Non sanno lavorare.
Non sanno costruire.
Non sanno vivere.
È come se qualcuno avesse premuto reset.
Gli uomini tornano a uno stato quasi animale.
E il protagonista si ritrova a vagare in un mondo che non capisce più, cercando di sopravvivere, di mangiare, di orientarsi… senza avere più gli strumenti per farlo.
E mentre ero lì, al bar, con quattro intelligenze artificiali aperte davanti, ho pensato:
“E se stesse succedendo anche oggi, in un modo diverso?”
Ovviamente non stiamo perdendo la memoria.
Io so benissimo fare quello che ho sempre fatto.
E chiunque legga questo articolo sa fare il proprio lavoro.
Il punto non è quello.
Il punto è che… forse non serve più nello stesso modo di prima.
Ed è una differenza enorme.
Negli ultimi mesi sto vedendo cose che fino a poco tempo fa erano impensabili.
Persone molto preparate che fanno fatica a trovare il loro spazio.
Figure operative che vengono sostituite in pochi mesi.
Attività che richiedevano ore, giorni, a volte settimane… fatte in minuti.
E ogni tanto sento una frase che mi colpisce sempre:
“Ma io ho sempre fatto questo lavoro.”
Ed è una frase che capisco benissimo.
Perché dietro c’è identità.
C’è esperienza.
C’è storia personale.
Ma c’è anche un problema.
Perché il mercato non funziona sulla memoria.
Funziona sul valore.
E quando il valore cambia, cambia tutto.
Nel cartone, sono le persone a dimenticare.
Oggi è diverso.
Noi ricordiamo.
Ma è il mercato che dimentica.
Dimentica quanto vale quello che sai fare.
Dimentica quanto era importante.
Dimentica che prima senza di te non si poteva andare avanti.
E questo crea una sensazione strana.
Quasi ingiusta.
È come se tu fossi sempre la stessa persona…
ma il mondo attorno a te non riconoscesse più quello che sei.
E qui arriva il punto che mi ha fatto riflettere davvero, mentre finivo il cappuccino.
Forse non è l’intelligenza artificiale il problema.
Forse il problema è quanto siamo legati all’idea che quello che sappiamo fare oggi… debba valere anche domani.
Per anni ci hanno insegnato una cosa molto semplice:
studia, specializzati, impara un lavoro… e avrai sicurezza.
Oggi quella sicurezza non esiste più.
Non perché il mondo sia diventato più cattivo.
Ma perché è diventato più veloce.
E l’intelligenza artificiale non è altro che un acceleratore.
Non è il cambiamento.
È quello che lo rende inevitabile.
A quel punto ho pensato a un altro dettaglio del cartone.
Gli animali si adattano.
Evolvono.
Cambiano.
Gli esseri umani no.
Restano fermi.
E perdono.
E se lo guardiamo oggi, il parallelismo è fin troppo chiaro.
C’è chi sta usando l’intelligenza artificiale per diventare più veloce, più efficace, più competitivo.
E c’è chi la guarda da fuori.
Con diffidenza.
Con paura.
A volte con fastidio.
Non c’è giusto o sbagliato.
Ma c’è una conseguenza.
E la conseguenza è che chi si adatta… va avanti.
Chi non lo fa… rallenta.
E allora la domanda vera non è:
“L’intelligenza artificiale mi sostituirà?”
La domanda vera è:
“Io sto cambiando abbastanza velocemente?”
Perché se sei onesto con te stesso, lo capisci subito.
Ci sono parti del tuo lavoro che oggi potrebbero essere fatte da una macchina.
Magari non tutte.
Ma alcune sì.
E sono proprio quelle da cui devi partire.
Io, nel mio piccolo, ho iniziato a fare una cosa molto semplice.
Tutto quello che può essere automatizzato… lo automatizzo.
Non per togliere valore.
Ma per spostarlo.
Perché se una macchina può fare una cosa meglio e più velocemente di me…
non ha senso che io continui a farla.
Ha senso che io faccia qualcosa che la macchina non può fare.
E lì cambia tutto.
Perché improvvisamente il tuo ruolo non è più “fare”.
È capire.
È decidere.
È collegare.
È vedere cose che gli altri non vedono.
E questo, ad oggi, nessuna intelligenza artificiale lo fa davvero.
E allora forse il messaggio non è così negativo come sembra.
Forse non è un vento che cancella.
Forse è un vento che sposta.
Sposta il valore.
Sposta le competenze.
Sposta le opportunità.
E se lo guardi così, cambia anche la prospettiva.
Perché non sei più una vittima del cambiamento.
Sei dentro al cambiamento.
E a quel punto la domanda finale diventa molto semplice.
Quando il vento soffia…
vuoi essere quello che lo subisce…
o quello che impara a usarlo?
Io, mentre uscivo dal bar, una risposta me la sono data.
Non ho nessuna intenzione di farmi portare via quello che ho costruito.
Ma sono disposto a cambiarlo.
Anche tanto.
Perché alla fine non è il lavoro che ti definisce.
È la tua capacità di evolvere.
E forse, se c’è una cosa che questo “vento” ci sta insegnando, è proprio questa:
non dobbiamo dimenticare quello che sappiamo fare.
Dobbiamo solo imparare a usarlo… in un modo completamente nuovo.
Walter Fantauzzi


