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Covid Manager: una nuova figura professionale

Ecco spuntare proprio nelle ultimissime settimane una nuova figura di dirigenza, il cosiddetto Covid Manager, che nasce dall’esigenza di adottare e far rispettare ogni misura di sicurezza d’emergenza Coronavirus, in previsione della ripartenza delle attività produttive italiane.

Cosa è il Covid Manager

Non è stata una scelta singolare, ma sempre più persone hanno dichiarato di avere la necessità dell’introduzione di questa figura all’interno delle numerose aziende in “quasi” riapertura, a partire dalla Fase 2. Questo è quello che si legge sui social e su vari gruppi di discussione: “è necessario un punto di riferimento interno alle fabbriche, impianti e stabilimenti per garantire la sicurezza sanitaria e promuovere le misure precauzionali necessarie per impedire la diffusione del contagio negli ambienti di lavoro.

E proprio per questo motivo che viene a crearsi la figura del Covid Manager e la sperimentazione parte dalla regione Veneta che ha individuato in questa nuova “professione”, l’assistenza ad esercenti e clienti nello svolgimento delle attività, sempre tenendo conto delle misure precauzionali di base: distanza, mascherina e guanti.

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Quindi, è proprio il Veneto che avvia la figura del Covid Manager all’interno di circa una ventina di aziende che comprendono 3000 lavoratori; il tutto sulla base di un progetto realizzato dalla stessa Regione in collaborazione con la Direzione della Prevenzione, la Direzione ICT e l’Agenda Digitale, oltre alla marcata presenza dell’Azienda Sanitaria Zero.

Il progetto

Il progetto presentato alle parti, dall’assessore alla Sanità Manuela Lanzarin, è avvenuto in videoconferenza e presenta tre obiettivi principali:

  1. La definizione di linee guida per la prevenzione e la garanzia della salute pubblica tramite un Manuale di Riapertura;
  2. L’acquisizione di evidenze scientifiche tramite un Progetto Pilota per circa 20 aziende;
  3. Il supporto delle aziende nella fase 2 della ripresa.

Lo stesso assessore alla sanità del Veneto, Lanzarin, ha spiegato che “è un piano che aggiorneremo in corso d’opera, mano a mano che emergeranno nuove necessità e il progetto sperimentale darà le sue indicazioni. In questo  c’è elasticità, perché una prevenzione sanitaria efficace come quella veneta non sta a guardare, ma monitora giorno per giorno le situazioni e adegua di conseguenza le sue azioni”.

Il manuale di Riapertura

Il manuale di Riapertura, a sua volta, prevede altri obiettivi esplicati in 3 fasi:

  1. l’individuazione di un Covid Manager all’interno delle aziende come figura di riferimento del processo in atto;
  2. la definizione di un piano aziendale di tutti i rischi possibili e probabili derivante dal Codiv19;
  3. la realizzazione e l’applicazione rigorosa di indicazioni operative che verranno attuate all’interno delle aziende, che prevedono sanificazione e igienizzazione degli ambienti lavorativi, la rilevazione della temperatura corporea di clienti, fornitori e lavoratori.

Ovviamente, senza nulla togliere alle misure precauzionali di base, ovvero l’obbligo di indossare guanti e mascherine, l’igiene delle mani e delle secrezioni respiratorie, il mantenere la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro (criterio di distanza droplet) negli ambienti comuni e alle proprie postazioni di lavoro.

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COVID-19, PROSSIMO STEP: FAR RIPARTIRE L’ECONOMIA GLOBALE

Le Borse europee hanno archiviato il peggior trimestre di sempre. Ma gli altri listini non se la passano meglio: ovunque domina la volatilità. La sfida, per tutti, sarà ripartire dopo la pandemia

A che punto è la notte? A marzo l’OMS ha ufficialmente dichiarato la pandemia: il SARS-CoV-2, nome scientifico del coronavirus (Covid-19 è il nome della malattia), è esploso ovunque, seminando ricoveri in terapia intensiva e morti (ma per fortuna anche molti guariti) e gettando le fondamenta per quella che sarà una recessione da manuali di storia economica. Una recessione globale: di coronavirus si parla infatti come di uno shock simmetrico. Ma visto che la situazione di partenza cambia da Paese a Paese, diverse saranno anche le risposte, considerando pure le risorse a disposizione. Il che ha aperto un accesissimo confronto tra i 27 Stati membri dell’Unione Europea. Sarebbe bello poter dire che stanno fronteggiando lo shock simmetrico come un sol uomo, ma non è così.


La risposta europea. Bruxelles ha dato il via libera al nuovo quadro temporaneo per gli aiuti di Stato e alla sospensione del Patto di Stabilità, con i suoi vincoli al deficit. Obiettivo, consentire ai 27 Stati membri di spendere, ciascuno per sé, tutto quanto necessario per fronteggiare le drammatiche ripercussioni economiche delle misure eccezionali di contenimento della pandemia. Ne approfitterà sicuramente l’Italia, che parte da un debito pubblico monstre, secondo solo a quello greco, ma anche l’austera Germania, che per un po’ abbandonerà la rigorosa linea dello “zero nero”, ovvero del pareggio di bilancio. Ma i 27 Stati, nello spirito dell’“uno per tutti, tutti per uno”, cosa metteranno in campo?


Al momento, niente. A fine marzo, dopo una riunione in teleconferenza, il Consiglio Europeo – che raccoglie i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi UE – ha dato mandato al presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio stesso Charles Michel perché trovino soluzioni entro due settimane. Una risposta di ripiego, questa, dopo che già in sede di Eurogruppo (che riunisce i ministri delle Finanze dei 19 Stati dell’area euro) si era consumata la frattura tra Olanda e Germania, contrarie a forme incondizionate di supporto finanziario, e Italia, Francia, Spagna e Portogallo (ma non solo), che invece le caldeggiano. Ma quali sono queste forme incondizionate di supporto? I coronabond, nuova edizione degli eurobond che furono proposti, ma senza esito, nella crisi del 2011/2012 e che richiederebbero ai Paesi UE di mettere a fattor comune debito e politiche fiscali. Prospettiva che non entusiasma gli Stati più virtuosi.


Intanto si muovono le banche centrali. La BCE ha messo in campo, ultimo in ordine di tempo, il PEPP – Pandemic Emergency Purchase Programme – per evitare ulteriori pressioni sui Paesi dell’area euro altamente indebitati, tra cui l’Italia. Prima ancora, ha varato un nuovo Quantitative Easing da 750 miliardi di euro, con acquisti di titoli del settore pubblico e privato. Il programma comprenderà anche debito greco e commercial paper non bancari. “Tempi straordinari richiedono azioni straordinarie”, ha twittato la presidente Christine Lagarde, che ha assicurato: non ci sono limiti al nostro impegno per l’euro. Una correzione di rotta rispetto alla conferenza stampa del 12 marzo, quando la BCE aveva annunciato un potenziamento del QE, con un piano di nuovi acquisti per 120 miliardi di euro entro l’anno, e una nuova tranche di prestiti alle banche per supportare la liquidità, ma senza ulteriori ritocchi ai tassi. Risposte che gli investitori avevano ritenuto insoddisfacenti. Ma soprattutto, in quell’occasione Lagarde era finita nel mirino per aver dichiarato che non è compito della BCE ridurre gli spread (“not here to close spreads”).


Fed e BoE a tutto campo. Oggi l’obiettivo è lo stesso per tutte le banche centrali: contrastare gli effetti economici della pandemia. Animata da questa missione, la Federal Reserve statunitense nel giro di poche settimane ha abbassato i tassi portandoli prima all’1%-1,25%, e poi allo 0-0,25%, lanciando al contempo importanti misure espansive. Tra queste, un QE da 700 miliardi di dollari e un piano d’acquisto di obbligazioni corporate a breve termine per garantire la liquidità delle imprese. Non solo: a fine mese, mentre gli States registravano il boom delle richieste di sussidi di disoccupazione, la banca centrale USA ha annunciato l’acquisto “senza limiti” di bond e securities e nuove linee di credito straordinarie per imprese e amministrazioni locali. La Banca d’Inghilterra, dal canto suo, ha tagliato il tasso d’interesse prima dallo 0,75% allo 0,25%, e poi dallo 0,25% allo 0,1%, portando il suo QE a 645 miliardi di sterline, dai precedenti 200 miliardi.


Non solo coronavirus. A marzo hanno preso il via i negoziati sui futuri rapporti tra UE e Regno Unito dopo la Brexit: sul tavolo una serie di temi, Londra e Bruxelles appaiono distanti quasi su tutto. Il coronavirus inciderà verosimilmente sul prosieguo del confronto. A proposito: come sta affrontando il Regno Unito la pandemia? Inizialmente il primo ministro Boris Johnson aveva prospettato una strategia basata sul “lasciamo circolare il virus e arriviamo quanto prima all’immunità di gregge”. Poi, a fine marzo, nei giorni in cui si è saputo che il principe Carlo è risultato positivo al coronavirus, Johnson (positivo anch’egli) ha annunciato il lockdown del Paese.


I mercati in estrema sintesi. Gli investitori hanno monitorato i numeri della pandemia e reagito spostandosi verso i beni rifugio: Treasury USA, Bund tedeschi (la differenza di rendimento tra obbligazioni europee Investment Grade e Bund a fine mese appariva vicina ai massimi da nove anni), dollaro USA. Sull’azionario si è riaffacciato l’Orso, ovvero una nuova fase di ribassi dopo un decennio di dominio del Toro (cioè rialzi). Qualche rimbalzo c’è stato, ma il leit motiv dell’intero mese è stata la volatilità, a livelli che non si vedevano dal crack Lehman. Le Borse europee hanno registrato il peggior trimestre da circa 18 anni. Peggior flessione trimestrale dal 1987 per il Dow Jones. Cali molto pesanti per il petrolio, che ha pagato lo scotto dell’inchiodata dell’economia globale e della rottura dell’alleanza Arabia Saudita-Russia, consumatasi al vertice OPEC del 5 e 6 marzo, con Riad favorevole a nuovi tagli alla produzione e Mosca assolutamente contraria.

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I Social durante il coronavirus: sparire è la scelta sbagliata

La maggior parte delle aziende sono messe a dura prova dall’emergenza sanitaria che ha colpito non solo il nostro Paese, ma il Mondo intero e, di conseguenza, ogni realtà deve compiere le proprie valutazioni, cercando di capire il difficile periodo, oltre che riuscire a far fronte alle difficoltà conseguenti.

Insieme a questi elementi ci sono i Social Media che costituiscono un’importantissima finestra sul mondo: vengono utilizzati per informarsi, intrattenersi, mantenere i contatti personali e molto altro.

Notiamo che alcune realtà imprenditoriali, a fronte del lock-down imposto dalla situazione emergenziale, ha fatto sparire parecchie aziende e professionisti dalle varie piattaforme.

L’imperativo è rimanere vicini ai propri clienti

Il cosniglio che Inventa vi da è quello di non scomparire dal mondo digitale, in particolare dai social. I motivi sono diversi, innanzitutto è importante rimanere sempre vicini ai propri clienti, sia quelli acquisiti che quelli potenziali.

Il motivo principale è quello di mantenere vivi l’immagine e i valori del nostro brand (BRAND AWARENESS), agli occhi dei clienti anche in un frangente in cui l’attività è chiusa o sta girando al minimo.

Questo è il momento giusto per seminare per poter raccogliere i frutti in futuro, quando tutto questo sarà solamente un amaro ricordo.

I social servono per guardare oltre

I Social in questo momento sono i nostri migliori alleati per comunicare in modo strategico.

Non va dimenticato, infatti, che essendo costretti a stare in casa, la maggior parte delle persone trascorre ancora più tempo su queste piattaforme.

La prima cosa su cui ragionare è quella di trovare il modo più intelligente per intrattenere il proprio target, possibilmente condividendo messaggi positivi di speranza anche al fine di sentirsi uniti – seppur a distanza – nel combattere questo le difficoltà sanitarie, sociali ed economiche.

Questi sono gli aspetti di cui la maggior parte delle persone sente più bisogno.

Altro aspetto importante: non è il momento di lanciare messaggi puramente commerciali.

Un conto, come accennavamo, è promuovere il brand e i suoi valori, un altro sono le promozioni aggressive dei prodotti. Ora come ora quest’ultima è una modalità da mettere da parte.

Un altro consiglio è quello di fermare le pubblicazioni puramente di vendita programmate diverse settimane fa – quando le misure restrittive non c’erano – che in molti casi, se non parametrate al momento emergenziale, costituiscono sia uno spreco di denaro che un fattore in grado di indispettire il nostro pubblico.

I contenuti pratici da valutare

Il consiglio che vi diamo è di entrare in profondità su diversi aspetti.

Per esempio:

  • Come la tua azienda sta affrontando l’emergenza
  • Che tipo di supporto riesce comunque a fornire attraverso i canali digitali
  • Quali provvedimenti ha preso per la tutela dei propri dipendenti e della collettività
  • Se e quali iniziative sociali e umanitarie ha deciso di sostenere o promuovere
  • Quali novità ci potranno essere dopo che l’emergenza e le limitazioni saranno terminate.

Valutare una rimodulazione del ToV

Emergenza non vuol dire per forza essere troppo seri o drammatici, al tempo stesso la comicità è sconsigliata, visto l’alto grado di sofferenza che attraversa l’intero Paese (basti vedere come ha ridimensionato la comunicazione il brand TAFFO).

Ciò significa investire tempo per soffermarsi a valutare che tono di voce (Tone of Voice) mantenere sui diversi account aziendali e, di conseguenza, in che modo comunicare sui social in tempo di crisi.

Situazioni di questo tipo costituiscono l’occasione per rivedere lo stile comunicativo, in modo da essere sempre e comunque coerenti con il proprio brand, attraverso i dovuti accorgimenti legati allo stato di emergenza.

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Resta aperto online con il tuo e-commerce

In Italia, così come nel resto del mondo, è tutto fermo. Ma l’emergenza Coronavirus ha fatto decollare chi ha un e-commerce. Come si comportano gli acquirenti online, quali sono i settori più colpiti e quali sono le conseguenze per il commercio online e offline?

Per lungo tempo, l’Italia era stata il secondo paese al mondo subito dopo la Cina per il numero di contagi. Attualmente, gli USA sono arrivati al primo posto, superando Cina e Italia. L’Italia rimane al secondo posto con 92.472 casi.

Ben il 76% della popolazione Italiana è convinta che il COVID-19 (Corona Virus Disease 2019) avrà gravi conseguenze per l’economia del Paese. Per l’83% degli Italiani l’infezione avrà un impatto negativo sul proprio lavoro.

Ma l’e-Commerce sta registrando qualcosa di diverso: la quarantena forzata che costringe le persone a stare a casa ha portato ad un aumento delle vendite online.

Le restrizioni per limitare il contagio portano anche le persone che finora non avevano mai comprato online a farlo. In base a ciò, le previsioni parlano di una crescita per il mondo del commercio elettronico

Le conseguenze per il commercio online

Tutto è fermo, gli Italiani si stanno comportando bene e restano in casa. Queste misure preventive portano ad un aumento dei consumi domestici, che può essere soddisfatto solo da chi ha un sistema di e-Commerce.

Confrontando l’ultima settimana di febbraio del 2020 con quella del 2019, si può notare che le vendite online in Italia sono cresciute significativamente. In particolare, sabato 22 febbraio ha registrato un incremento del 101,5%.

Fonte: Statista

Da allora la tendenza non è scesa, al contrario, le vendite online sono in continuo aumento. Il grafico successivo mostra l’andamento fino ai primi giorni di Marzo 2020.

Fonte: Statista

Il motivo di questa crescita è molto semplice:

I consumatori sono spinti a comprare non solo dalle preoccupazioni legate alla salute, ma, data l’impossibilità di frequentare luoghi pubblici affollati per i bisogni quotidiani.

Se durante l’ultima settimana di febbraio era il Nord Italia a condurre la crescita, durante la prima settimana di marzo è stato il Sud a registrare gli incrementi più alti.

Chi ha visto un rialzo significativo in termini di entrate da queste misure restrittive sono:

  • i discount, i supermercati e gli ipermercati online
  • il settore igienico-sanitario
  • i servizi di streaming come Netflix e Amazon

Le motivazioni principali di questa “febbre da shopping” sono riconducibili a due effetti:

1. effetto stoccaggio: in particolare per gli alimenti a lunga conservazione, come la pasta (+56,7%), il riso (+61%), la farina (+82%).

2. effetto salute: per prevenire e/o curare, si tratta principalmente di alcol denaturato (+347%), sapone per le mani (+83,5%) e anche carta igienica (+22,7%).

Informazioni importanti per i venditori online

La prima reazione (comprensibile) in una situazione del genere è quella di risparmiare denaro e ridurre i costi al minimo, sia dalla parte dei consumatori che dai commercianti.

Per non fare sprofondare l’economia è importante che noi, come consumatori, non teniamo i nostri risparmi sotto il materasso. Data la quasi totale impossibilità di comprare offline è qui che tu, come commerciante online, puoi darti da fare e tenere te e la tua attività a galla.

Oltre ai consigli generali come effettuare le chiamate di lavoro via Skype piuttosto che cancellare gli appuntamenti, abbiamo raccolto alcuni consigli per sostenere te e la tua attività online:

1. Mostra che il tuo shop è degno di fiducia

Data l’alta richiesta per alcuni prodotti, i consumatori hanno timore ad acquistare online perché credono che lo shop online sia fake (finto o poco serio) o che il prezzo del prodotto sia lievitato (in entrambi i casi non si tratta di ipotesi, ci sono già stati episodi del genere che lo confermano).

Quello che puoi fare per assicurare ai tuoi visitatori che il tuo negozio è degno di fiducia è:

– mostrare un sigillo di garanzia e le eventuali recensioni dei clienti

– assicurati che il contatto (telefono o chat) sia visibile e che ci sia sempre raggiungibile.

– offri una garanzia di rimborso agli acquirenti, ad esempio in caso di mancata consegna.

Nelle ultime due settimane, Trusted Shops ha registrato un livello particolarmente elevato di utilizzo della nostra garanzia di rimborso. Questo aumento segnala che gli acquirenti online sono alla ricerca di sicurezza, durante lo shopping online:

NUMERO DI UTENTI CHE HANNO ATTIVATO LA GARANZIA DI RIMBORSO NEI NEGOZI CERTIFICATI TRUSTED SHOPS NEL 2020

2. Indica i nuovi tempi di spedizione

Il virus sta causando ritardi nelle consegne. Molte fabbriche sono state chiuse in Cina e in altri paesi. Se usi il dropshipping, molto probabilmente i tuoi prodotti arriveranno dalla Cina. Allo stesso modo, se ti occupi della produzione e distribuzione dei tuoi prodotti dall’Italia, a seconda della loro provenienza probabilmente non riceverai la merce nei tempi usuali.

Se questo è il caso, assicurati di specificare sulla tua homepage che i tempi di consegna potrebbero dilatarsi. In questo modo eviterai lamentele dai tuoi clienti e recensioni negative.

3. Mostra i prodotti venduti di più sulla homepage

Riconsidera la tua homepage: mostra i prodotti che la gente è più propensa a comprare in questo periodo. Su di essa dovrai mostrare i prodotti che:

– sono altamente richiesti in questo momento (disinfettanti per le mani, carta igienica)

– possono aiutare nell’organizzazione dello smart working (stampante, sedie confortevoli)

– possono essere utilizzati per combattere la noia (tv, puzzle)

Se i prodotti più richiesti sono sold-out, mostra una valida alternativa.

4. Offerte e sconti

Non indebitarti cercando di attirare più clienti tramite sconti ed offerte. Specialmente ora che le scorte scarseggiano, dovresti concentrarti su altre strategie.

Forse Pasqua è un buon periodo di vendite per la tua attività? Allora non cambiare del tutto il tuo piano di sconti ma riconsideralo in base a quanto la tua attività è influenzata in questi giorni.

5. Infezioni trasmesse dai pacchetti

L’importo e l’esporto delle merci ricoprono ovviamente un ruolo importante in Italia. Una persona infetta mostra i sintomi solo dopo pochi giorni, quindi la diffusione inconsapevole del virus è molto facile. Se una persona infetta ha tenuto in mano un pacco senza sapere di essere malata, il virus può essere trasmesso?

Poiché si tratta di un virus relativamente poco conosciuto, non è ancora chiaro esattamente quanto tempo il virus sopravviva su un oggetto, come ad esempio un pacchetto. Le informazioni che l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) rilascia sul Coronavirus si basano sullo stato attuale di COVID-19 e su virus simili della famiglia corona.

L’OMS ne deduce che il Coronavirus sopravvive al di fuori del corpo per alcune ore, fino a qualche giorno. Questo è influenzato, tra l’altro, dalla temperatura, dall’umidità e da altri fattori.

In generale, la probabilità che i prodotti vengano infettati è bassa e anche la contaminazione tramite un imballaggio che è stato trasportato ed esposto a vari elementi è molto bassa. L’OMS deduce quindi che ricevere un pacco da un’area infetta non costituisca un rischio di infezione.

6. Pensa alla tua salute e a quella dei tuoi dipendenti

Infine, ma non meno importante, è ricordare che la salute tue e dei tuoi dipendenti è importante.

Tieniti informato sui cambiamenti ma limita la sovraesposizione ai media: 10 minuti al giorno per informarti bastano. Non lasciarti spaventare dalle troppe informazioni.

Se hai punti vendita fisici chiudili e concentrati sullo shop online. Se non puoi chiudere il punto vendita fisico assicurati di garantire ai tuoi dipendenti un ambiente di lavoro sano e sicuro.

Le conseguenze per il commercio offline

La situazione qui è molto diversa rispetto al commercio online. Il nuovo decreto dichiara tutta Italia Zona Protetta, fino al 3 aprile 2020. Tutte le attività sono state fermate, con lo scopo di ridurre la possibilità di contagio. Un provvedimento inevitabile, ma non senza conseguenze per il bilancio.

  • Calo del FTSE MIB

Mentre il numero di casi di Coronavirus aumenta, il FTSE MIB, l’indice azionario più significativo della Borsa italiana, ha registrato uno dei suoi cali più significativi. Il 28 febbraio 2020 l’indice ha perso l’11,26%, portando così l’ultima settimana di febbraio a piazzarsi ottava fra le 15 peggiori per il mercato azionario italiano dal 1998.

  • Dimuzione del PIL
Fonte: Statista

Secondo la stima, i settori a risentire di più sono quello tessile, del trasporto ferroviario e aereo, degli alberghi, della ristorazione, degli spettacoli e degli eventi sportivi.

Al contrario, le industrie che potrebbero beneficiare in termini di crescita del PIL sono quello alimentare, sanitario, chimico per la cura della casa e della persona, delle attività editoriali, di comunicazione e di servizi informatici.

Da regione a regione, così come da settore a settore, la diffusione del Coronavirus sta avendo conseguenze diverse.

Le regioni più colpite

In un indagine condotta a marzo, molte aziende Italiane hanno dichiarato che il Coronavirus ha avuto un impatto sulla propria attività:

Fonte: Statista

I settori più colpiti

Fonte: Statista

Le aziende di alloggio e ristorazione sono state quelle che hanno registrato un influenza negativa sulla propria attività. Il secondo settore più colpito è stato quello del trasporto e dello stoccaggio.

Al contrario, nell’ultima settimana del febbraio 2020, le vendite di apparecchi elettrici e di prodotti tecnologici sono aumentate dell’8,8%.

Anche le conseguenze per il turismo saranno rilevanti. Si stima che nel 2020 l’Italia registrerà una diminuzione di circa 4,7 milioni di turisti, di cui 970 mila in Veneto e 695 mila in Toscana.

Conclusione: uno sguardo al futuro

Al momento ci troviamo in un periodo critico,  ma, come ogni crisi,  anch’essa è destinata a passare.

È difficile fare previsioni di alcun tipo, ma per quanto riguarda il business, tenendo conto dei provvedimenti economici e di sicurezza stabiliti dal governo, le prime previsioni lasciano intendere che l’emergenza sanitaria sia alla sua fase conclusiva e che entro la metà di Aprile si possa vedere una ripresa economica.

L’auspicio è che le misure di precauzione possano imitare la situazione in Cina in cui il contagio è stato limitato e ridotto, e la ripresa economica è in corso.

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Immagine e-commerce Inveneta
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Ecco come Bill Gates è diventato “padrone” dell’Oms

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) è l’autorità globale più importante per quanto concerne la salute, il contrasto alle malattie e la tutela di corretti stili di vita. Un’istituzione tanto importante dovrebbe promuovere una visione della sanità capace di rispondere all’interesse collettivo e, soprattutto, di trovare soluzioni alla grande piaga costituita dalla permanenza, nei Paesi meno sviluppati, di focolai di epidemie potenzialmente devastanti, dall’ebola al colera passando per il morbillo, nel rispetto massimo del principio della trasparenza.

Mandatory Credit: Photo by Masatoshi Okauchi/Shutterstock (9971547g) Bill Gates Bill & Melinda Gates Foundation ‘Our Global Goals’ announcement, Tokyo, Japan – 09 Nov 2018

Trasparenza, tuttavia, che all’Oms non sembra essere la regola. Essa, per il biennio 2016-2017, ha utilizzato un budget da quasi 4 miliardi e mezzo di dollari. Tuttavia, come scrive La Verità, esso è stato per l’87% finanziato da contributi di aziende private che hanno coperto la graduale ritirata dei finanziamenti degli Stati ma sono stati in larga misura vincolati alla realizzazione di progetti commissionati dagli stessi donatori. 

Si parla di finanziamenti earnmarked, ovvero condizionati al rispetto di una precisa agenda. E come scrive il quotidiano milanese, citando dati del British Medical Journal, “nel 2017 l’ 80% dei fondi ricevuti dall’ agenzia Onu era earmarked“. Tra i finanziatori dell’Oms, “a fare la parte del leone è la creatura di Bill Gates: la Bill & Melinda Gates Foundation (che vanta un patrimonio da 40 miliardi di dollari) ha destinato all’Oms quasi 444 milioni nel 2016, di cui circa 221 vincolati e quasi 457 milioni nel 2017, di cui 213 vincolati a programmi specifici”. Risultando il secondo donatore singolo dopo il governo degli Stati Uniti e davanti al Regno Unito.

Bill Gates si è in particolare concentrato sulla somministrazione dei vaccini nei Paesi in via di sviluppo, soprattutto africani, affiancando all’impegno per l’Oms quello da finanziatore leader della Gavi Alliance, una partnership pubblico-privata emanazione della sua fondazione che non si limita a portare avanti la benemerita campagna delle vaccinazioni ma punta al tempo stesso a “plasmare” i mercati dell’immunizzazione nei Paesi oggetto d’intervento. 

“Viene da chiedersi come si ripercuotano questi intrecci sull’Oms, il cui operato, in tema di vaccinazioni, non è stato sempre immacolato”, prosegue La Verità. Troppe volte, in passato, è capitato che alcuni dei Paesi più poveri del pianeta ricevessero offerte di assistenza sanitaria che finivano per vincolarli alle grandi cause farmaceutiche internazionali con un sovraprezzo notevole per i servizi forniti. “Basti pensare al caso dell’ influenza suina, una finta emergenza denunciata dall’Oms nel giugno 2009, cioè pochi mesi dopo un preallarme dell’ agenzia Onu, che aveva indotto molti Paesi a stipulare impegni d’ acquisto di vaccini pandemici. Con tanto di assurda clausola contrattuale: gli accordi prevedevano la responsabilità a carico degli acquirenti in caso di effetti collaterali. Come se uno comprasse un elettrodomestico, ma per i malfunzionamenti, anziché essere coperto dalla garanzia, dovesse versare una penale all’azienda produttrice. Guarda caso, quei contratti sarebbero diventati vincolanti se l’Oms avesse annunciato lo scoppio di una pandemia”, cosa alla fine non avvenuta.

E sul ruolo non limpido di Bill Gates hanno avuto modo di esprimersi anche importanti personalità e istituzioni legate al mondo della sanità. Prima tra tutti nel 2013, Medici senza Frontiere, come segnalato in Immunità di leggesaggio frutto di una collaborazione tra il chirurgo e saggista Pierpaolo Dal Monte e “Il Pedante”, che ha accusato Gavi di imporre ai Paesi destinatari degli aiuti prezzi artificiosamente gonfiati per i vaccini, che finivano per alimentare regalie a multinazionali come Bayer e Novartis. A Msf ha fatto seguito Antoine Flahault, direttore dell’Istituto di Sanità Globale della facoltà di medicina dell’Università di Ginevra, secondo cui “oramai l’Oms è costretta a tenere conto di quello che Gates ritiene prioritario” e che ritiene, ad esempio, eccessiva la pretesa di Gates di vincolare fondi consistenti all’ampliamento della lotta alla polio in una fase che vede la malattia quasi debellata e nuove potenziali epidemie insorgere. Come segnala Repubblicatra il 2016 e il 2017 l’Oms ha destinato alla lotta alla polio, malattia oramai resa inoffensiva, “ben 894,5 milioni di dollari. 10 volte di più che alla prevenzione dell’Aids, la quarta causa di mortalità nei paesi poveri”.

Jean-Marie Kindermans, presidente dell’Agenzia Europea per lo Sviluppo e la Sanità, ha affermato che “se c’è un vero problema, all’Oms, riguarda il modo in cui vengono destinate le risorse” e la scelta delle priorità. Oramai vincolate e costrette a dipendere dalle logiche, diverse da quelle di chi dovrebbe combattere per la salute pubblica globale, del complesso della “filantropia capitalista”, come l’ha definita Peter Buffett, figlio del ricchissimo finanziere (e filantropo egli stesso) Warren. 

Come ha dichiarato Peter Buffett in un celebre articolo per il New York Times scritto nel 2013, la filantropia sta diventando un business enorme (con 9,4 milioni di occupati che distribuiscono 316 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti), ma le disuguaglianze globali continuano a crescere a spirale, fuori controllo “e altre vite e comunità vengono distrutte dal sistema che crea immense quantità di ricchezza per i pochi”, mentre l’operato di organizzazioni come l’Oms è vincolato ai desiderata di pochi privati.  E il lato oscuro del “complesso benefico-industriale” si manifesta nel contesto di campagne nobili come quella per le vaccinazioni. Che vengono deviate a favore di una concentrazione ristretta di imprese e vedono i fondi ad essi dedicate eterodiretti senza alcun principio di efficienza ed efficacia. Mentre la capacità d’azione dell’Oms viene sacrificata in nome del “lavaggio di coscienza” di Bill Gates e della moglie.

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7 passaggi fondamentali per la gestione delle crisi

La gestione delle crisi è una funzione organizzativa fondamentale. Il fallimento può comportare gravi danni alle parti interessate, perdite per un’azienda o porre fine alla sua stessa esistenza. I professionisti delle pubbliche relazioni operanti nel marketing, sono parte integrante dei team di gestione delle crisi. Quindi, una serie di migliorie pratiche e lezioni tratte dalla nostra conoscenza della gestione delle crisi sarebbe una risorsa molto utile per coloro che vogliono affrontare una gestione delle crisi. Sono stati scritti interi volumi sul crisis management da parte di professionisti e ricercatori di molte discipline diverse, tanto che diviene una sfida sintetizzare ciò che sappiamo sulla gestione delle crisi e il ruolo delle pubbliche relazioni in questi casi. La cosa migliore per iniziare questo percorso è definire i concetti critici.

Concetti critici della gestione delle crisi

La gestione delle crisi o delle reputazioni è la pratica del tentativo di modellare la percezione pubblica di una persona o organizzazione influenzando le informazioni online su quell’entità. Le aziende possono decidere quale tipo di informazioni poter condividere intenzionalmente online, ma spesso c’è poco controllo sulla condivisione e, spesso, la diffusione di notizie dispregiative non ha limite.

Secondo una ricerca di Nielsen, il 53 percento degli adulti segue determinate aziende online e il 60 percento degli utenti dei siti di social network, scrive recensioni di prodotti e servizi. La rapida crescita dei social network negli ultimi anni ha determinato un passaggio di potere dai marchi ai clienti, che ora hanno una libertà senza precedenti di esprimere le loro opinioni online.

Affrontare una crisi, specialmente nell’ambiente online, in cui le informazioni si diffondono alla velocità della luce, è una sfida enorme per le aziende piccole, medie o grandi.

Come affrontare una gestione delle crisi

Le aziende che sono state in grado di adattarsi rapidamente, differenziare i fatti dalle voci in tempo reale, valutare la situazione e agire su di essa in modo tempestivo, sono quelle che dimostrano l’eccellenza nel servizio clienti online e nella gestione della reputazione, oltre ad avere un team marketing molto valido.

Supponiamo che tu sia il proprietario di una società di vendita al dettaglio e scopri che uno dei tuoi prodotti o servizi primari ha creato un grave problema di salute: cosa faresti?
Prima che scoppi una crisi, gli imprenditori dovrebbero pensare a come un disastro aziendale potrebbe impattare su dipendenti, clienti, fornitori, pubblico e valore della propria azienda. Una crisi può colpire qualsiasi azienda sempre e ovunque. La pianificazione avanzata è la chiave per sopravvivere.

Ecco, perciò, sette passaggi fondamentali per la gestione delle crisi che ogni azienda dovrebbe seguire indipendentemente dalle sue dimensioni.

1. Avere un piano

Ogni piano inizia con obiettivi chiari. Gli obiettivi, durante qualsiasi crisi, sono quelli  di proteggere qualsiasi individuo (dipendente o pubblico) che potrebbe essere messo in pericolo dalla crisi, garantire che il pubblico chiave sia tenuto informato e che l’azienda sopravviva. Questo piano scritto dovrebbe includere azioni specifiche che verranno intraprese in caso di crisi.

2. Identificare un portavoce

Se la crisi potrebbe potenzialmente avere un impatto sulla salute o sul benessere dei clienti, del pubblico o dei dipendenti, può attirare l’attenzione dei media. Per garantire che la tua azienda parli con una sola voce e fornisca un messaggio chiaro e coerente, un portavoce deve essere identificato e preparato a rispondere alle domande dei media e a partecipare alle interviste.

3. Sii onesto e aperto

Nulla genera una copertura mediatica più negativa di una mancanza di onestà e trasparenza. Pertanto, essere il più aperto e trasparente possibile, può aiutare a fermare le male voci e disinnescare una potenziale frenesia mediatica. Questa trasparenza deve essere proiettata attraverso tutti i canali di comunicazione: interviste, social media, annunci interni, ecc.

4. Tenere informati i dipendenti

Mantenere una forza lavoro informata, aiuta a garantire che le attività continuino a fluire nel modo più regolare possibile. Riduce, inoltre, al minimo le indiscrezioni interne che potrebbero indurre i dipendenti a pubblicare report falsi sui social media.

5. Comunicare con clienti e fornitori

Non desideri che clienti e fornitori conoscano la tua crisi attraverso i media? Le informazioni su qualsiasi crisi relativa alla tua organizzazione dovrebbero provenire da te, per prime. Parte del piano di comunicazione di crisi deve includere clienti e fornitori e come verranno regolarmente aggiornati durante l’evento.

6. Aggiornamento anticipato e frequente

È meglio comunicare troppo che permettere alle voci di colmare il vuoto. Rilasciare dichiarazioni di sintesi, piani d’azione aggiornati e nuovi sviluppi il più presto e il più spesso possibile, servono a placare le dicerie. Ricorda che con i social media, viviamo in un periodo di ciclo di notizie 24/7. Il tuo piano di crisi deve fare lo stesso.

7. Non dimenticare i social media

La crisi di Ebola e altri recenti eventi di cronaca hanno confermato che i social media sono uno dei canali di comunicazione più importanti. Assicurati di istituire un team di social media per monitorare, pubblicare e reagire all’attività dei social media durante la crisi.
Una crisi non gestita bene può spazzare via decenni di duro lavoro e un valore aziendale nel giro di poche ore. Una crisi ben gestita conferma che la tua azienda ha processi e procedure valide per affrontare quasi tutti i problemi che possono svilupparsi.

Un piano per il futuro

Il modo migliore per affrontare i problemi di reputazione è fare tutto ciò che è in tuo potere per impedire che si verifichino in primo luogo. Ma poiché ciò non è sempre realizzabile, identificare una crisi in una fase iniziale può avere una forte influenza sul risultato finale e sulla tua capacità di risolverlo con successo.

Uno degli ingredienti chiave di un approccio sano verso una crisi è sicuramente la velocità di reazione e una risposta chiara, onesta e trasparente. Trasformare i reclami online in una reputazione online potenziata e una pubblicità positiva, non è mai stato così facile.

Mentre sviluppi il tuo piano di gestione delle crisi, chiedi consiglio agli esperti che includono il tuo team di leadership, dipendenti, clienti, esperti di comunicazione, investitori, avvocati e manager finanziari. Ognuna di queste persone può fornirti preziose informazioni che potrebbero essere fondamentali in caso di gestione delle crisi.

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Articoli co-marketing

Co-Marketing o Marketing di Partnership

Il termine co-marketing (abbreviativo della definizione inglese cooperative marketing) chiamato anche marketing partnership, partnering commerciale o in modo più specifico co-branding, definisce una collaborazione tra attori di qualsivoglia natura (individui, enti, imprese, ecc.) sotto forma di accordo di investimento congiunto riguardante una o più variabili di marketing.

Il co-marketing comprende attività di collaborazione con la finalità di ottenere benefici nell’approccio al proprio mercato di riferimento utilizzando iniziative di marketing di tipo diverso; può capitare che una iniziativa di marketing si concentri maggiormente sulla negoziazione, un’altra si differenzi per il tipo di comunicazione, un’altra ancora per la sua regolamentazione giuridica. Ognuna di esse verrà presentata per i suoi caratteri distintivi, per gli attori che ne hanno preso parte, per le variabili di marketing sulle quali gli attori hanno investito. (fonte Wikipedia)

Il Co-Marketing

Quando cerchi nuovi modi per far conoscere la tua attività ai clienti, c’è un’opzione che potresti non aver considerato. Si chiama marketing con partnership o co-marketing.

Il co-marketing è una collaborazione tra due o più aziende con l’obiettivo di creare una campagna di marketing reciprocamente vantaggiosa che aiuti tutti i soggetti coinvolti a raggiungere i propri obiettivi aziendali.

Non è raro che le piccole imprese lottino con i loro sforzi di marketing, poiché semplicemente non hanno il tempo, i soldi o le risorse da dedicare al marketing di cui hanno bisogno per crescere. Piuttosto che essere un’unica potenza strategica, lavorando a fianco di un’altra azienda o gruppo di aziende su una specifica strategia o campagna di marketing, il marketing di partnership può essere un modo economico per le piccole imprese per aumentare la consapevolezza del marchio, l’acquisizione dei clienti e, infine, crescere.

Se stai decidendo se intraprendere una collaborazione di co-marketing per la tua piccola impresa, dai un’occhiata ad alcuni dei pro e contro di questa forma collaborativa di marketing e come puoi partecipare al marketing di partnership.

Alcuni esempi di co marketing italiano

Alcuni esempi di marketing di partnership veramente recenti, possono essere rappresentati da marchi veramente prestigiosi. Si pensi, per esempio, alla collaborazione tra Granarolo e Loacker nel prodotto “La merenda della Lola”, ovvero una merenda gustosa studiata con un esperto nutrizionista. E ancora, tra Valfrutta e Parmareggio, in una merendina molto simile alla precedente, con il loro “ABC della Merenda”. E ancora, Citterio, Amica Chips e così via…

Altri esempi? La nuova partnership tra FIGC e il marchio di moda Armani in vista della partita contro la Finlandia; Citroen con Pinko e Dolce & Gabbana, Peugeot con Sweet Years e, più recentemente, Fiat 500 con Gucci, Philadelphia con Milka.

I pro del marketing di partnership

Lavorando con un’altra azienda per promuovere il tuo marchio, il marketing di partnership offre numerosi vantaggi.

È conveniente

Uno dei maggiori vantaggi è che i tuoi sforzi di marketing sono più convenienti ed efficienti, poiché stai raddoppiando efficacemente il tuo potere umano senza dover far fronte alle spese delle forme tradizionali di marketing.

Un esempio di ciò, potrebbe essere il parrucchiere locale che commercializza i propri servizi in un vicino salone di abbronzatura. Allo stesso modo, il parrucchiere promuove allo stesso modo il salone di abbronzatura nel suo negozio. Entrambe le aziende stanno quindi estendendo i loro sforzi di marketing e raggiungendo nuovi clienti oltre i propri saloni, senza spese pubblicitarie.

Braveen Kumar, content marketer di Shopify, osserva in un articolo come le aziende possono raggiungere nuovi clienti attraverso il marketing di partnership:

[I vantaggi del co-marketing includono] la convenienza di riunire efficacemente le risorse come budget di marketing e talenti.

Coltiva relazioni positive a lungo termine

Invece di competere tra loro, il marketing di partnership aiuta a sviluppare e mantenere relazioni positive a lungo termine tra i marchi, che possono aiutarsi a vicenda.

Ad esempio, se un’azienda produttrice di torte vuole lanciare un nuovo tipo di torta salutare, un club sportivo locale potrebbe consentire ai produttori di torte di allestire uno stand e offrire omaggi agli spettatori durante una propria partita.

Il “favore” potrebbe essere ricambiato dai produttori di torte che distribuiscono volantini a tutti coloro che le acquistano, promuovendo sessioni di yoga gratuite per i nuovi membri del club sportivo.

Non solo i marchi lavorano positivamente tra loro, ma i clienti adorano ricevere omaggi e prodotti in co-branding.

I contro del marketing di partnership

Mentre il marketing di partnership può essere vantaggioso per tutti i soggetti coinvolti, non è privo di inconvenienti.

Potenziali disaccordi

Uno svantaggio della creazione di partnership di marketing strategiche è il potenziale di disaccordi tra le due aziende che vogliono collaborare. Ciò può accadere se tu o il tuo partner di marketing venite coinvolti in campagne o iniziative che una parte non è in grado di supportare. I disaccordi potrebbero anche verificarsi se una delle parti decide che la tua direzione non sia quella giusta per sè.

Per evitare tali controversie, è importante che le campagne di marketing di partnership siano chiaramente strategiche fin dal primo giorno e che tutte le parti coinvolte siano chiare sul fatto che se una direzione o un’iniziativa non è quella giusta, questo non deve coinvolgere la controparte.

Partecipazione agli utili

Alcune aziende acconsentono alla compartecipazione agli utili durante la costituzione di una partnership di marketing, per cui condividono i profitti ottenuti da campagne di marketing congiunte. Tuttavia, è possibile che possa accadere questo: “La condivisione degli utili può essere scoraggiante quando si tratta di co marketing, perché potresti perdere parte dei tuoi guadagni o, ancora peggio, donarli tutti alla compagnia con cui hai collaborato”

In questo caso, potrebbe essere più saggio mantenere il marketing di partnership su una forma libera di marketing reciprocamente vantaggioso, piuttosto che creare clausole più complesse di condivisione degli utili.

Come trovare e creare partnership di marketing strategiche

Se desideri sfruttare le opportunità uniche che questa forma di marketing potrebbe offrire alla tua piccola impresa, dovresti considerare i seguenti punti.

Idealmente, l’attività con cui si collabora sul mercato non dovrebbe essere un concorrente diretto. Le partnership di marketing più efficaci sono realizzate con aziende che si completano a vicenda, ad esempio un fioraio che collabora con un wedding planner o un copywriter che collabora con un designer di siti Web.

  • Collaborando con un’azienda che ha interessi e audience simili a te, assicurerai che i tuoi sforzi di marketing raggiungano il target di mercato giusto per la tua attività.
  • La collaborazione con un’azienda esperta di marketing ti aiuterà, anche, ad ottenere di più dai tuoi sforzi di marketing in partnership. Ad esempio, le piccole imprese che collaborano con un’azienda che ha una comprensione sull’ottimizzazione di operazioni di marketing sui social media si dimostrerà più conveniente ed efficiente, rispetto alla collaborazione con un’azienda con poca o nessuna nozione di marketing dei social.
  • L’attività con cui si sceglie di formare una partnership di marketing dovrebbe idealmente avere un pubblico considerevole. Ad esempio, chi già possiede un ampio numero di followers sui social media o una significativa lista di e-mail, in modo che i tuoi messaggi di marketing vengano consegnati ad un vasto pubblico.
  • Se fatto correttamente, il co marketing può essere un modo estremamente efficace per la tua piccola impresa nel raggiungimento di nuovi clienti e nell’aumento di dimensioni e profitti.

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Articoli Marketing Olfattivo

Marketing Olfattivo: le nuove frontiere della pubblicità

In questo articolo del giorno parleremo di una branca del marketing veramente innovativa e di recente studio e diffusione: il marketing olfattivo. Il marketing olfattivo o sensoriale (nel caso in cui vengano utilizzati altri sensi), mira a fare appello ai sensi al fine di creare esperienze sensoriali attraverso la vista, il suono, il tatto, il gusto e l’olfatto, sta diventando sempre più importante nel mondo della pubblicità e in quel contesto in cui le aziende cercano un collegamento con i propri clienti.

Il marketing olfattivo, una delle tecniche più sofisticate, è una tecnica di stimolazione in grado di trasmettere valori sfruttando il nostro senso dell’olfatto, uno dei sensi con il maggiore impatto sulla memoria.

Una semplice fragranza è in grado di trasportarci in luoghi lontani nella nostra memoria. E questa è la magia attorno alla quale questa branca del marketing gira: usare il senso dell’olfatto come un nuovo canale di comunicazione, molto più potente della vista o del suono, per risvegliare emozioni e sentimenti attraverso tecniche di marketing innovativo.

Il mercato è alla ricerca di nuovi modi per affascinare e attrarre i clienti. Il marketing olfattivo è una tecnica di stimolazione in grado di trasmettere valori sfruttando le capacità del nostro senso dell’olfatto.

I migliori esempi di marketing olfattivo nelle aziende

A questo punto, supponendo che ancora tu non sappia come funzioni il marketing olfattivo, vogliamo proporti degli esempi veramente sorprendenti che hanno messo in atto alcune aziende.  Questo termine sempre più famoso è una delle tecniche di marketing più silenziose, ma una delle più efficaci e affascinanti sul mercato. Oggi ci concentreremo sui migliori esempi di marketing olfattivo che esistono o sono stati già realizzati.

10 esempi di marketing olfattivo di successo

Abercrombie&Fitch

Il famoso marchio di abbigliamento è stato uno dei pionieri nell’uso del marketing olfattivo nella propria azienda. Inoltre, il marchio è riuscito a raggiungere un’immagine aziendale top con azioni di neuromarketing. Come risultato di tutte queste azioni, Abercrombie ha una sua linea di profumi che si aggiungono alla sua collezione di abbigliamento maschile. In precedenza, questo aroma veniva spruzzato manualmente dai dipendenti mentre percorrevano il negozio. Attualmente, questo aroma viene spruzzato dai nebulizzatori per raggiungere tutti gli angoli del negozio.

Burger King

La catena di hamburger è un altro dei grandi esempi di marketing olfattivo attuale. Burger King usa i suoi condotti di ventilazione per suscitare una vera sensazione di fame tra i suoi visitatori.

Come? Usando una fragranza con l’odore del Whopper, il suo hamburger più famoso, per stimolare l’appetito e aumentare le vendite dei prodotti. Questa fragranza di carne alla griglia è stata utilizzata in Giappone per promuovere gli hamburger in una campagna di grandissimo successo.

Metropolitana di Madrid

La metropolitana della capitale di Madrid è stata la sede di diverse campagne di marketing olfattivo.

Uno degli esempi più famosi è l’azione di marketing progettata dall’agenzia di viaggi Destinia. Questa agenzia ha condotto una campagna congiunta con La Rioja, progettata per incoraggiare il turismo in questa comunità autonoma.

Come hanno fatto? I distributori di odori sono stati installati nella metropolitana. In questo modo, gli utenti della metropolitana avrebbero potuto conoscere attraverso l’odore, una parte molto speciale della regione. Con lo slogan “live a La Rioja” e gli odori scelti, tutti legati al vino della zona, uno dei prodotti di punta.

Inoltre, affinché gli utenti potessero partecipare attivamente alla campagna, avrebbero dovuto provare ad indovinare gli odori. In questo modo, è stato possibile interagire con i social network e, se la risposta era giusta, era possibile partecipare ad una lotteria per vincere un pernottamento in un hotel nella zona per due persone.

Un modo molto originale per conoscere una destinazione senza lasciare la metropolitana.

Trident e la metropolitana

Un’altra campagna di grande successo realizzata nella metropolitana di Madrid è stata quella condotta dal marchio Trident, per la promozione di un nuovo prodotto. Questa campagna è stata realizzata nella stazione più trafficata della capitale: Sol.

È stata una campagna sensoriale che univa la vista, l’udito e l’olfatto, per presentare le nuove Gumball di Trident con lo slogan “Scopri la nuova ondata di freschezza”.

Le onde decoravano le pareti, veniva riprodotto un audio in cui si sentiva il mare e con un nebulizzatore si poteva godere di un piacevole profumo di menta. È stata la prima azione di marketing olfattiva e acustica condotta a Madrid.

Cartelloni profumati

I cartelloni pubblicitari sono perfetti per queste campagne di marketing olfattivo.

Questo è stato realizzato dalla società Cacaolat, famosa per il suo delizioso frullato al cioccolato ed è stato un successo enorme. Questa società voleva aumentare il riconoscimento del proprio marchio attraverso una campagna di marketing sensoriale.

Come? Ha invitato tutte le persone ​​a conoscere l’inconfondibile aroma di cioccolato dei propri frullati. In questo modo, ci si poteva avvicinare ai cartelloni e annusare il profumo del frullato al cioccolato intenso e delizioso.

Un’esperienza unica che ha riscosso molto successo tra gli utenti.

Imballaggi con odore

Al giorno d’oggi, è molto comune per i marchi e per alcune aziende online personalizzare il proprio packaging in modo che l’utente abbia una percezione migliore del prodotto, appena arrivato. Dal momento che le spedizioni non sono molto celeri e possono sviluppare impazienza e malcontento.

Se ti rechi in un negozio, fisicamente, puoi godere di tutti gli stimoli presenti: belle vetrine, prodotti perfettamente posizionati, puoi toccarli e annusarli …

Ma questa esperienza si perde quando si acquista online. Questo è, quindi, quello che hanno pensato di fare alcune aziende. Farti rivivere la stessa esperienza fisica, anche con un semplice pacco.

Marchi come Olivia Soaps, lo fanno perfettamente. Questo negozio online di saponi e cosmetici non ha bisogno di un scegliere un aroma particolare, perché l’odore dei suoi prodotti è perfetto. Perciò l’azienda ha pensato bene di puntare tutto sul suo packaging,  con un design speciale; quindi ricevere uno dei suoi pacchetti è un’esperienza.

Rolls Royce

Sicuramente conosci già il successo di questo marchio e il suo odore di “auto nuova”. Rolls Royce è un ottimo esempio da seguire in termini di campagne di marketing olfattivo di cui ci stiamo occupando.

Una delle campagne di questo marchio così famoso, consisteva nell’aggiungere quell’odore così ricercato, quando la macchina veniva rilasciata, aggiungendola ogni volta che la macchina lasciava l’officina.

In questo modo, all’utente è stata data la stessa sensazione che ha provato la prima volta che ha usato l’auto.

Disney

Anche la Disney utilizza il Marketing olfattivo per incoraggiare le vendite dei suoi prodotti o migliorare l’esperienza dell’utente nel parco a tema.

L’azienda ha installato diversi nebulizzatori con l’odore di popcorn nelle strade del parco, per migliorarne le vendite e aumentare l’appetito della gente.

Quest’ultima tecnica è utilizzata anche nei cinema, al punto che molti utenti non si recano in sala, se non prima di acquistare una scatola di popcorn.

Venditori ambulanti

I venditori ambulanti usano il marketing olfattivo da molti anni. Per attirare i clienti presso le loro bancarelle, utilizzano l’incenso.

Oggi ci sono altri esempi, come il profumo delle lozioni abbronzanti nelle agenzie di viaggi, l’aroma della Red Bull nelle discoteche o il tè verde nei centri estetici.

Ciambelle Dunkin

La campagna Dunkin Donuts è una delle campagne di maggior successo nella storia del marketing olfattivo.

Per migliorare le vendite del loro caffè, in diversi autobus della Corea, hanno installato diversi nebulizzatori con un aroma intenso di caffè mentre il loro jingle veniva passato alla radio dell’autobus al mattino, mentre la gente si recava a lavoro, a scuola, e così via…

E per completare questa azione, quando l’utente scendeva dall’autobus, si trovava di fronte ad un poster pubblicitario con il marchio Dunkin Donuts. In questo modo, il cervello ha iniziato a lavorare con i diversi stimoli proposti e qual è stato il risultato? Le vendite di caffè sono migliorate del 29% e le visite sono aumentate di quasi il 20%.

Perché l’olfatto

Interagiamo con il mondo che ci circonda usando solo i nostri cinque sensi. Esperienze davvero straordinarie includono tutti i sensi: vista, suono, tatto, gusto e persino odore. I nostri ricordi più potenti sono quelli legati al nostro olfatto, tanto da rendere il marketing olfattivo, l’ultima frontiera di successo per le aziende che cercano un vantaggio competitivo. 

Vantaggi del marketing olfattivo

L’aggiunta del giusto profumo alla tua azienda aggiunge ulteriore esperienza ai tuoi clienti. In apparenza, può sembrare un concetto semplice, ma è il modo più potente per creare e migliorare esperienze eccezionali. Che tu sia nel commercio al dettaglio, nell’ospitalità, nell’assistenza sanitaria o in altri settori, sia i tuoi clienti che i membri del tuo team potranno godere dei vantaggi del marketing olfattivo.

Esperienze importanti

Il nostro senso dell’olfatto è il modo più efficace per aggiungere molto di più, all’esperienza del cliente. Creare un’esperienza cliente potente e sensoriale con le soluzioni di marketing olfattivo, possono offrirti una miriade di vantaggi competitivi e portano il successo del tuo marchio ad un livello superiore. 

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Articoli Social Media Marketing

Selfie mortali: autolesionismo o fotografia?

Selfie Mortali in espansione, foto da paura belle ma pericolose, followers che aumentano a vista d’occhio per uno scatto proibito, campagne senza timori. Rischiare la propria vita per avere dei like. Su un tetto, sui binari del treno, alla guida: rischiare la vita per un semplice autoscatto col cellulare, per immortalare in un fermo immagine quel momento di pura adrenalina. Si chiama Daredevil Selfie la pericolosa moda dei selfie estremi, che sta contagiando sempre più giovani.

Selfie Mortali: i casi

E poi ci sono centinaia di altri casi di cui probabilmente non hai mai sentito parlare, sempre con lo stesso obiettivo “sfidare la morte” nel tentativo di ottenere la foto perfetta. Alcuni casi estremi? La morte del 15enne caduto dal tetto di un centro commerciale a Sesto San Giovanni. Lo studente che è caduto da 213 metri sulle iconiche Cliffs of Moher in Irlanda a gennaio. La donna di 68 anni che è stata fatalmente ustionata in un geyser cileno. L’uomo sulla cinquantina che è stato colpito da un fulmine durante un’escursione con una mazza per selfie nelle montagne gallesi. L’adolescente spazzata via da un’onda inaspettata su una spiaggia nelle Filippine. E così via…

Per ognuna di queste morti registrate, ci sono anche migliaia di mancati incidenti. Questi includono incidenti di alto profilo come la donna che, nel marzo di quest’anno, presumibilmente ha scavalcato la barriera in uno zoo dell’Arizona per fare un selfie con un giaguaro ed è stata sbranata dall’animale; i famigerati selfie dell’orso 2014 scattati dai visitatori al Taylor Creek Visitor Center del Lake Tahoe durante l’annuale corsa al salmone del torrente e diversi rapporti negli ultimi anni di individui che sono stati incantati dai bisonti a Yellowstone. Nessuno è morto in quegli incidenti, ma le autorità li hanno reputati miracolati

È facile cancellare queste tragedie come un giudizio catastroficamente negativo. I commentatori della poltrona su Internet hanno avuto una giornata campale con ogni morte segnalata. Per ogni lamento delle giovani vite perse a seguito di un selfie mortale, troverai un numero uguale di commenti su come la vittima sia “sorprendentemente stupida”, “viziata”, “disattenta” o “ossessionata da se stessa”. 

Può sembrare in qualche modo rassicurante condannare morti come queste come sciocche o autolesionanti, ma ciò non sembra del tutto giusto. E, francamente, la ricerca emergente non supporta questa posizione.

Uno studio del 2018 pubblicato sul  Journal of Family Medicine and Primary Care ha rilevato che dei 259 decessi verificabili correlati ai selfie mortali registrati dal 2011 al 2017, più di un quarto di questi è assimilabile ad un comportamento non rischioso. ”Per decomprimerlo ulteriormente, gli autori hanno scoperto che la maggior parte delle morti che coinvolgono i giovani sembrano essere state causate da comportamenti rischiosi, mentre le azioni di oltre la metà delle donne che sono morte facendosi un selfie, sono state considerate “non rischiose”.

Quindi, cosa sta succedendo davvero?

Io che mi occupo di social media e neuroscienze del marketing, cercherò di valutare questioni come queste. E quello che ne emergerà, potrebbe sorprenderti.

Estremismo o meno, i selfie vengono scattati per una varietà di motivi: per comunicare con le persone che amiamo, per costruire la nostra autostima, per curare la nostra immagine, per creare la cronaca delle nostre storie personali e, sempre più spesso, per costruire il nostro personal Brand.

La cura del nostro personal Brand potrebbe essere una nuova era del selfie, ma il desiderio di controllare le nostre immagini e comunicare con la nostra comunità non lo è. In realtà, questo tipo di comportamento fa parte del nostro stesso DNA.

La nostra specie si è evoluta da creature ipersociali preoccupate unicamente della percezione degli altri di sè stessi. Abbiamo un’infanzia molto più lunga della maggior parte degli altri mammiferi, e abbiamo bisogno di quel tempo per capire come integrarci nella nostra cultura e affermare una nostra identità. “Abbiamo sempre avuto un bisogno fondamentale di auto-presentazione”.

Da che storia e storia, abbiamo sempre voluto documentare le nostre imprese a colori vivaci: dovevamo solo aspettare che la tecnologia si mettesse al passo prima di poterlo fare in modo efficiente.

Prima delle fotocamere frontali, abbiamo trovato altri modi per attirare l’attenzione con un selfie. Gli aristocratici commissionavano i loro ritratti. Gli esploratori portavano cammei e ciondoli con foto di persone care. I pionieri appendevano schizzi e sagome di se stessi sulle pareti delle cabine. A partire dal 1925, la gente iniziò a fare la fila per prendere la prima macchina fotografica. Due decenni dopo, Edwin Land realizzò la fotocamera Polaroid, rendendo la nostra gratificazione istantanea dell’immagine molto più semplice. Negli anni ’50, l’avvento del proiettore per diapositive in casa, significò che un’intera generazione poteva tenere in ostaggio amici, vicini e famiglie mentre tra un’immagine e un’altra, scorrevano vacanze e lauree.

I selfie mortali nell’era digitale

L’impulso di modellare pubblicamente la nostra immagine è aumentato solo nell’era digitale, il che significa che è molto più difficile farsi notare.

Il problema sta proprio in ciò che accade nel nostro cervello mentre scattiamo le foto. La psicologia definisce questo caso, attenzione selettiva o cecità disattenta. Il concetto di base è questo: il nostro cervello non può assolutamente elaborare tutti gli stimoli che riceve in una sola volta, quindi fa delle scelte su cosa privilegiare e cosa ignorare. Avrai sentito parlare del video spesso usato per illustrare questo concetto: agli spettatori viene chiesto di contare il numero di volte di un piccolo gruppo di persone che passa avanti e indietro su un pallone da basket. Alla fine del video, il narratore chiede agli spettatori se questi hanno notato, anche, il ragazzo travestito da gorilla che si muoveva attraverso i fotogrammi. Molte persone dicono di non averlo visto. Perché? Perché erano concentrate su altro, in questo caso, sulla conta dei passaggi.

Questo è esattamente ciò che accade quando facciamo un selfie: la nostra attenzione è focalizzata sulla fotocamera e sullo scatto, non su dove stiamo posizionando i nostri piedi o su ciò che ci circonda. Non abbiamo letteralmente idea che stiamo per cadere da una scogliera o scivolare in una cascata. In altre parole, non intendiamo impegnarci in comportamenti rischiosi; semplicemente non ci rendiamo conto di aver vagato in una tragedia, fino a quando non è troppo tardi.

Ma che dire di quelle persone che fanno selfie cercando deliberatamente dei rischi?

Purtroppo, questi casi non sono giustificabili e un modo abbastanza semplice per dare un senso a questi selfie mortali, è quello legato alla nostra cultura contemporanea.

Continuiamo il nostro percorso storico negli anni ’80, l’era del comportamento spietato di Wall Street e l’ascesa degli atleti e delle celebrità. Fu allora, che il nostro accresciuto bisogno di autoindividuazione prese davvero piede. Sport come lo sci alpino e la mountain bike hanno iniziato a soppiantare gli sport di squadra. Anche gli sport estremi. Alla fine degli anni ’70, meno di 80 persone all’anno tentarono di scalare l’Everest. Nel 1990, quel numero si è triplicato. L’anno scorso, centinaia di persone hanno raggiunto il vertice.

Perché questo enorme afflusso? Perché, ci sono meno modi più dimostrativi per affermare il proprio status nella nostra cultura che conquistare una montagna, indossare una divisa da basket o surfare su una grande onda. Oggi, nessuna delle precedenti sarebbe conosciuta, se non avessimo scattato delle foto.

Resta il fatto che la nostra cultura, giusta o sbagliata, incoraggia selfie mortali. L’acquisizione di un grande numero di followers sui social media può essere decisamente redditizia. Nel frattempo, aziende sportive molto famose sembrano promuovere selfie e video rischiosi, rendendoli molto più attraenti per le persone in cerca di gloria o followers.

La soluzione esiste?

L’unico modo per bloccare questo tipo di foto è di privarle della loro popolarità. Realisticamente, ciò richiederebbe il coinvolgimento delle piattaforme multimediali che ospitano le immagini.

Facebook, che ha acquistato Instagram nel 2012, si basa fortemente sugli standard della propria comunità per il controllo dei contenuti discutibili. Tali standard affermano che le immagini che glorificano la violenza o l’autolesionismo devono essere obbligatoriamente rimosse. Nel frattempo vengono aggiunte etichette di avvertimento a qualsiasi contenuto grafico, comprese le rappresentazioni artistiche del corpo umano. L’azienda utilizza una sofisticata combinazione di intelligenza artificiale e analisi antropologiche per individuare post problematici, tra cui pericolose sfide virali, come la “Kiki Challenge”, che vedeva correre bambini davanti a macchine in movimento mentre danzavano.

Quando si tratta di sicurezza e popolarità, Facebook e Instagram adottano politiche che vietano contenuti che potrebbero danneggiare il mondo reale e mirano ad educare al meglio gli utenti sulla creazione di contenuti che sfruttano la bontà e la genuinità degli stessi.

Twitter sospende gli account di chiunque pubblichi immagini di autolesionismo. YouTube afferma che proibisce “contenuti violenti o cruenti destinati a scioccare o disgustare gli spettatori”. 

Costantemente vengono perfezionate le linee guida e i mezzi per rilevare immagini problematiche, ma non si possiede alcun piano concreto per iniziare a sorvegliare i selfie mortali in modo più efficace. Fondamentalmente, è complicato riuscire a smorzare un tentativo fotografico pericoloso, prima che questo venga portato a termine.

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La competizione aziendale fa bene?

La competizione aziendale fa bene? Quando pensiamo ad un marchio, un’azienda o un’organizzazione di successo, possiamo essere tutti d’accordo sul fatto che quelli ritenuti di successo sono quelli che hanno fatto qualcosa di nuovo, eccitante o rivoluzionario. Sono, appunto, quelle imprese che si distinguono dalla massa. Ma con prodotti o servizi nuovi e di tendenza creati in pochi secondi, questo non è un compito semplice. In effetti, potrebbe essere uno degli obiettivi più difficili da raggiungere quando si tratta di qualsiasi attività commerciale. Con così tanti concorrenti che si presentano, navigare in uno spazio affollato come imprenditore o nel tuo settore potrebbe divenire scoraggiante.

Quando si entra in un mercato già inondato di ” competizione aziendale “, è necessario adattare la propria mentalità e il proprio approccio al fine di ottenere il massimo. La chiave è guardare oltre la vendita e concentrarsi su ciò che puoi fare per essere migliore, diverso e metterti in gioco.

Che cos’è la competizione aziendale?

Quindi, cosa significa concorrenza nel campo del marketing? La concorrenza è la rivalità tra le aziende che vendono prodotti e servizi simili con l’obiettivo di ottenere entrate, profitti e crescita della quota di mercato. La concorrenza sul mercato motiva le aziende ad aumentare il volume delle vendite utilizzando le quattro componenti del marketing, indicate anche come le quattro P. Queste P rappresentano prodotto, luogo, promozione e prezzo. Conoscere e comprendere la concorrenza è un passaggio fondamentale nella progettazione di una strategia di marketing di successo. Se non sei a conoscenza di chi faccia parte della tua competizione aziendale e ben informato sui propri punti di forza e di debolezza, è probabile che un’altra azienda possa entrare nel quadro e fornire un vantaggio competitivo, come offerte di prodotti a prezzi più bassi o vantaggi a valore aggiunto, e lasciarti indietro.

Esperienze educative

La maggior parte delle aziende in crescita stanno cercando di imparare, ma non tutte cercano di imparare dai propri concorrenti. Tuttavia, potresti scoprire che la tua competizione aziendale ha molto da insegnarti.

Per quanto riguarda la concorrenza, in particolare i grandi operatori del settore, studiano siti Web, la gestione aziendale, il trattamento dei clienti, i prezzi, i saldi, la gestione social, la pubblicità e così via. Quali aspetti dell’attività dei tuoi concorrenti funzionano bene? E tu quali potresti migliorare?

Inoltre, è importante ricordare che le aziende, indipendentemente dal successo, sono composte da persone normalissime. Conferenze ed eventi sono luoghi ideali per incontrare persone come te di aziende concorrenti. Sebbene sia improbabile che qualcuno sveli i segreti dell’azienda, queste opportunità possono comunque fornire un’incredibile consulenza e saggezza professionale.

Maggiore esposizione

La fusione sarebbe una grande cosa, ma molte aziende non sognerebbero mai di collaborare con i concorrenti per un evento o un progetto. Tuttavia, questo può effettivamente essere un modo intelligente per ottenere esposizione. E mentre “l’esposizione” può sembrare una parolaccia per chi cerca ROI, in realtà può essere abbastanza positiva. La popolarità del passaparola – si scopre – è la forma di marketing più preziosa.

Inoltre, collaborare con altre aziende del tuo settore è un segreto fantastico per supportare le cause che ti interessano. 

Queste amichevoli competizioni possono permetterti di pubblicizzare un’importante evento, oltre a guadagnare visibilità. Sia che la tua azienda sia in piena regola o online, considera i modi in cui puoi collaborare con i concorrenti per spargere la voce e forse anche sostenere una buona causa.

5 consigli per studiare la tua competizione aziendale

In questo articolo, quindi, abbiamo raccolto 5 piccoli preziosi consigli che potresti mettere in pratica per esaminare e “voler bene” alla tua concorrenza. Perché? Scopriamolo insieme!

1. Trova una strada audace 

Un’azienda potrebbe sentirsi soffocata, quando tutti gli altri concorrenti fanno le sue stesse attività o vendono i suoi stessi prodotti. Non concentrarti sul fatto che gli altri possano rubarti fette del mercato nello spazio affollato. Cerca opportunità di “audacia”, quelle che non sono state esplorate al massimo delle loro potenzialità. Per la maggior parte, ciò significa guidare l’innovazione in una categoria di prodotti per renderli attraenti per i consumatori finali sotto una luce diversa.

2. Sii diverso

Se vuoi distinguerti dalla concorrenza, non devi aver paura di parlare e andare contro lo status quo. Dalla ricerca e sviluppo alle vendite e al marketing al servizio clienti, fai passi coraggiosi per costruire la tua reputazione. Ciò include l’assunzione di persone di talento senza esperienza specifica, mettendo in mostra il tuo marchio come qualcosa di più di una gamma di prodotti e coltivando un team di esperti e sostenitori, invece di addetti alle vendite per rappresentare la tua azienda.

3. Rispondi alla domanda sottostante.

I mercati affollati sono spesso il risultato di attività più o meno identiche a quelle delle società esistenti o che ancora devono nascere. Chiediti, di cosa ha veramente bisogno il consumatore che non sia già disponibile? Che si tratti di una tecnologia innovativa, di un design rivoluzionario, di fornire diverse opzioni di prodotto o di intraprendere una campagna creativa, fornire ai consumatori qualcosa di nuovo attirerà il loro interesse e li spedirà nella tua direzione di vendita.

4. Diventa l’esperto.

Ciò che rende grande un marchio è la sua capacità di tradurre un servizio in un approccio di stile di vita completo. Crea un’attività a 360° in modo che il tuo pubblico di riferimento faccia affidamento su più aspetti del tuo marchio. Ad esempio, creare un blog che consenta al tuo pubblico di ottenere informazioni su uno stile di vita particolare, aggiungere alla tua linea esistente estensioni che commemorano ulteriormente la tua leadership in un determinato spazio, che si tratti di accessori, servizi esclusivi, programmi di qualità, ecc., ricorda sempre di spaziare!

5. Cerca altre industrie di successo come fonte d’ispirazione.

In un’industria affollata, mettersi in gioco alla fine porta ad una spirale discendente della concorrenza sui prezzi. Ciò che ti terrà un passo avanti rispetto ai tuoi concorrenti, è trovare ispirazione dai leader di altri settori. Questo non significa rubare le loro idee e farle tue. Prendi spunti di innovazione da altri settori o migliora le tue pratiche commerciali che possono dare una mano al successo di quella specifica azienda e modellale in ciò che potrebbe funzionare per la tua azienda. Una vasta gamma di risorse aiuta a mantenere una nuova prospettiva.

Nel mondo degli affari dovrai affrontare ogni giorno una nuova serie di sfide. Per tenere d’occhio il premio, devi essere creativo e pensare fuori dagli schemi. Solo quelle aziende che innovano per prime o coltivano le innovazioni saranno quelle che riusciranno a navigare con successo in un mercato affollato.

Non giocare a “segui il leader”. Sii il leader. Fai credere al tuo pubblico che non c’è motivo di guardare la competizione aziendale. Questo è il tuo biglietto per il successo.

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