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Earnout nelle operazioni M&A: a cosa servono davvero e quando hanno senso

La clausola “ponte” tra venditore e acquirente (e perché è così usata)

Nel mondo delle fusioni e acquisizioni (M&A), una delle frizioni più frequenti è questa: il venditore vede un futuro brillante (crescita, nuovi clienti, margini più alti), mentre l’acquirente vede rischi (incertezza del mercato, dipendenza da poche persone chiave, pipeline non ancora firmata, costi che saliranno). In mezzo c’è un tema enorme e molto concreto: il prezzo.

L’earnout nasce proprio per gestire questo disallineamento. È una clausola con cui una parte del prezzo di acquisto viene pagata solo se (e nella misura in cui) l’azienda raggiunge determinati obiettivi di performance dopo il closing. In pratica, è un modo per dire: “Ok, oggi non siamo d’accordo sul valore; allora una parte del prezzo la facciamo dipendere dai risultati futuri”.

In ottica strategica, gli earnout non sono solo un tecnicismo contrattuale: sono uno strumento che incide su negoziazione, governance post-deal, incentivi manageriali, allocazione del rischio e perfino sul modo in cui si interpreta la performance dell’azienda nel periodo successivo all’acquisizione.


Che cos’è un earnout, in parole semplici

Un earnout è un corrispettivo condizionato: una porzione del prezzo di acquisizione viene pagata in futuro se la target raggiunge uno o più KPI concordati (per esempio EBITDA, ricavi, margine lordo, ARR, numero di clienti, milestone di prodotto, approvazioni regolatorie).

In genere la struttura contiene:

  • Metriche di misurazione (KPI)
  • Periodo di riferimento (es. 12–36 mesi post-closing)
  • Soglie e formule (quanto si paga se si raggiunge X)
  • Regole di calcolo (definizioni contabili, perimetro, “aggiustamenti”)
  • Governance (chi decide, chi controlla, come si risolvono dispute)

Detto in modo ancora più concreto: l’earnout è un accordo che sposta parte della discussione dal “quanto vale oggi” al “quanto dimostrerà di valere domani”.


A cosa serve davvero un earnout: 5 funzioni chiave (non solo “pagare dopo”)

1) Colmare il gap di valutazione (valuation gap)

Questa è la funzione più nota: quando buyer e seller non si accordano sul valore perché hanno aspettative diverse sul futuro, l’earnout permette di “chiudere” il deal senza forzare una parte ad accettare completamente la visione dell’altra.

  • Il venditore ottiene la possibilità di monetizzare il proprio ottimismo (se i risultati arrivano davvero).
  • L’acquirente evita di pagare subito un prezzo pieno basato su scenari non ancora dimostrati.

In pratica, l’earnout può essere la differenza tra “deal che salta” e “deal che si firma”.


2) Allocare il rischio in modo più equo (risk sharing)

Molte aziende, soprattutto PMI e startup, hanno performance che dipendono da variabili che non sono sotto il pieno controllo di nessuno: mercato, tassi, supply chain, normativa, cambiamenti tecnologici, perdita di un cliente chiave.

Con l’earnout, una parte del rischio viene trasferita o condivisa:

  • Se la crescita prevista non si realizza, l’acquirente non paga quella quota.
  • Se invece la crescita si realizza, il venditore viene premiato.

È una logica “paga per ciò che ottieni”, utile quando:

  • c’è volatilità alta,
  • i forecast sono fragili,
  • l’azienda è in una fase di transizione (nuovo prodotto, nuova strategia, espansione).

3) Incentivare retention e continuità manageriale (skin in the game)

In molti deal, soprattutto su PMI, l’azienda “è” anche il suo imprenditore o il suo management. Il rischio per l’acquirente non è solo economico, è umano e operativo: se le persone chiave se ne vanno, i risultati possono crollare.

L’earnout diventa una leva per:

  • trattenere founder e manager chiave,
  • garantire continuità di leadership,
  • allineare incentivi sul raggiungimento di obiettivi.

In altre parole: non è solo un pezzo di prezzo, è un meccanismo di motivazione e di “garanzia” sul fatto che il venditore non esce totalmente di scena il giorno dopo il closing.


4) Gestire aziende con intangibili o crescita non ancora “stabilizzata”

L’earnout funziona spesso molto bene in contesti dove:

  • il valore dipende da intangibili (brand, tech, IP, piattaforme),
  • la performance è in rapida evoluzione,
  • la storia economica non è rappresentativa del potenziale.

Esempi tipici:

  • Software/SaaS con crescita ARR ma margini ancora in costruzione
  • Pharma/biotech con milestone regolatorie
  • Servizi professionali in fase di scalabilità
  • E-commerce con dinamiche di CAC/LTV variabili

Qui un prezzo “tutto e subito” può essere estremamente difficile da giustificare perché:

  • la base storica non stabilizza margini e flussi,
  • l’incertezza sulle traiettorie è elevata.

L’earnout consente di pagare il valore quando si manifesta, riducendo l’azzardo di pagare oggi un futuro che potrebbe non arrivare.


5) Facilitare deal in periodi di incertezza (mercato “nervoso”)

In contesti macro difficili (recessione, crisi settoriale, alta inflazione, shock energetici, instabilità geopolitica), le valutazioni tendono a diventare più conservative e i venditori faticano ad accettare prezzi più bassi.

L’earnout aiuta a costruire un compromesso:

  • prezzo base più prudente,
  • componente variabile legata a risultati futuri.

È un modo per chiudere l’operazione senza “cristallizzare” oggi un valore che potrebbe essere penalizzato da condizioni temporanee.


Quando un earnout ha senso: i contesti ideali

Non tutti i deal beneficiano di un earnout. Ci sono situazioni in cui è perfetto e altre in cui crea solo conflitto. Ecco quando, in genere, ha davvero senso.


1) Quando c’è incertezza reale e non risolvibile in due diligence

Se la due diligence non riesce a “risolvere” l’incertezza (perché il futuro è davvero difficile da stimare), l’earnout è uno strumento pragmatico.

Esempi:

  • pipeline commerciale non ancora contrattualizzata,
  • dipendenza da un prodotto in lancio,
  • rinnovi contrattuali importanti in arrivo,
  • turnaround non completato.

In questi casi, l’earnout diventa una soluzione “misurabile” per rinviare parte del prezzo a evidenza futura.


2) Quando l’azienda è “founder-driven” e la continuità è critica

Se il valore dipende da persone chiave, l’earnout può essere più efficace di un semplice patto di non concorrenza o di un retention bonus, perché collega la permanenza a un obiettivo economico.

Ma attenzione: qui la governance post-closing è decisiva. Se il venditore deve raggiungere un target ma non ha più controllo operativo, l’earnout può trasformarsi in fonte di dispute.


3) Quando la crescita è credibile, ma non ancora “dimostrata” a bilancio

Il venditore può avere ragione (e l’acquirente anche): il potenziale c’è, ma non è ancora pienamente espresso nei numeri storici. In questo caso l’earnout premia la crescita reale e riduce il rischio di pagare troppo presto.

Questo è frequente in:

  • startup in scale-up,
  • aziende che hanno appena investito e i costi anticipano i ricavi,
  • imprese che stanno cambiando modello (es. da licenze a SaaS).

4) Quando i KPI sono misurabili, verificabili e “poco manipolabili”

Un earnout ha senso se puoi definire un KPI:

  • semplice,
  • verificabile,
  • controllabile,
  • non eccessivamente influenzato da scelte contabili o allocazioni interne.

Se invece il KPI è altamente discrezionale (es. EBITDA con forti margini di “aggiustamento”), è più facile creare conflitto.


5) Quando c’è spazio per un compromesso win-win, non per una guerra post-closing

L’earnout funziona quando le parti:

  • hanno un minimo di fiducia reciproca,
  • sono disponibili a definire regole chiare,
  • accettano l’idea che si possa non arrivare al massimo payout.

Se invece il deal è già “tossico” in negoziazione, l’earnout rischia di essere solo una bomba a orologeria.


Quando un earnout NON ha senso (o va trattato con estrema cautela)

1) Integrazione molto invasiva subito dopo il closing

Se l’acquirente integra rapidamente:

  • sistemi,
  • pricing,
  • supply chain,
  • struttura commerciale,
  • costi corporate,
    l’earnout diventa difficile da misurare: il risultato non è più “della target”, ma dell’entità integrata.

In questi casi, o si costruiscono regole di carve-out molto robuste, oppure è meglio evitare.


2) KPI troppo complessi o legati a scelte contabili discrezionali

EBITDA e utile operativo sono KPI diffusissimi, ma possono diventare rischiosi se:

  • cambiano accounting policies,
  • si allocano costi corporate,
  • si cambiano criteri di capitalizzazione,
  • si rinegoziano leasing, factoring, ecc.

Più discrezionalità = più rischio dispute.


3) Se il venditore non avrà reale capacità di incidere sui risultati

È il classico problema: al venditore chiedi di raggiungere un obiettivo, ma poi gli togli leve e potere decisionale. Risultato: frustrazione e contenzioso.

In quei casi meglio:

  • KPI basati su metriche “esterne” (milestone, contratti firmati),
  • governance condivisa,
  • oppure niente earnout.

Come “ragionare” sull’earnout in fase di negoziazione (approccio pratico)

Se stai valutando se inserire un earnout, ragiona su tre domande:

  1. Qual è l’incertezza che voglio gestire?
    Se non è chiara, l’earnout è solo un pezzo di prezzo differito.
  2. Quale KPI misura davvero quel rischio/opportunità?
    Scegli un KPI coerente con il valore (es. ARR per SaaS, non EBITDA se i costi sono in investimento).
  3. Chi controlla le leve che impattano il KPI?
    Se le leve sono tutte dell’acquirente, il venditore sarà “ostaggio” delle scelte post-closing.

Esempi pratici (3 casi realisti) – quando l’earnout è una buona idea

Esempio 1 – PMI B2B con pipeline forte ma non ancora contrattualizzata

Scenario: azienda di servizi industriali con pipeline “promessa” per 2 grandi clienti, ma contratti non firmati.
Problema: il venditore valorizza già quei ricavi, il buyer no.
Earnout sensato: una quota di prezzo pagata al raggiungimento di un certo volume di contratti firmati o ricavi effettivamente fatturati nel primo anno.
Perché funziona: lega il prezzo a un evento misurabile e riduce l’asimmetria informativa.


Esempio 2 – Startup SaaS in crescita con ARR in aumento ma EBITDA negativo

Scenario: scale-up SaaS: crescita rapida, investimenti alti, margini in costruzione.
Problema: su EBITDA oggi “vale poco”, ma su ARR e churn “vale tanto”.
Earnout sensato: payout legato a ARR e retention (es. ARR > soglia e churn < soglia).
Perché funziona: misura la creazione di valore reale nel modello SaaS, non penalizza investimenti e scalabilità.


Esempio 3 – Azienda pharma/biotech con milestone regolatorie

Scenario: biotech con molecola in fase avanzata e milestone regolatorie decisive.
Problema: valore enorme se l’approvazione arriva, molto più basso se non arriva.
Earnout sensato: corrispettivo variabile legato a milestone (approvazione, licensing, prima vendita).
Perché funziona: trasferisce il rischio di evento binario senza sovrapagare in anticipo.


Conclusioni: l’earnout è uno strumento potente, ma va usato con intelligenza

Gli earnout non sono un “trucco” per pagare meno o per rimandare il prezzo: quando sono ben progettati, sono una soluzione strategica per chiudere operazioni che altrimenti si bloccherebbero su valutazioni, rischio e fiducia.

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Comprendere le clausole contrattuali nelle operazioni M&A

Introduzione e contesto: cosa sono i covenant e perché contano davvero

Se stai entrando (o stai per entrare) in un’operazione di M&A – vendita o acquisto di un’azienda, ingresso di un investitore, fusione – è molto probabile che tu abbia già sentito parlare di “clausole”, “impegni” e “condizioni”. Nel linguaggio tecnico vengono spesso chiamati covenant: in pratica, sono promesse contrattuali che definiscono come le parti devono comportarsi prima e dopo il closing.

Il punto è questo: in un contratto M&A non basta accordarsi sul prezzo. Il prezzo è solo l’inizio. Perché tra firma e closing possono succedere molte cose (un cliente importante che se ne va, un investimento bloccato, un cambiamento normativo). E anche dopo il closing ci sono temi sensibili (integrazione, non concorrenza, pagamenti differiti, earn-out). I covenant servono a mettere regole chiare, limitare sorprese e stabilire cosa succede se qualcuno esce dal perimetro.

In altre parole, i covenant sono il punto in cui la strategia diventa pratica: tradurre in contratto la domanda più semplice e più delicata di tutte.

“Sto comprando (o vendendo) un’azienda: che cosa devo fare – e che cosa non devo fare – per arrivare al closing senza perdere valore?”


Dove stanno i covenant dentro un contratto M&A

Quando apri un Share Purchase Agreement (SPA) o un Asset Purchase Agreement (APA) ti trovi davanti un documento lungo, pieno di definizioni, rimandi e allegati. Per orientarsi, aiuta pensare al contratto come a una mappa con quattro aree principali:

  1. Prezzo e meccanismi economici (prezzo fisso, aggiustamenti, earn-out, pagamenti differiti).
  2. Dichiarazioni e garanzie (representations & warranties): ciò che il venditore “assicura” sullo stato dell’azienda.
  3. Indennizzi e limiti di responsabilità: cosa succede se una garanzia è falsa o manca un’informazione rilevante.
  4. Covenant e condizioni: come si gestisce il periodo tra firma e closing, e quali obblighi restano anche dopo.

I covenant sono quindi collegati a tutto il resto. Un esempio concreto: un prezzo con earn-out (area 1) ha bisogno di covenant che regolino la gestione post-closing (area 4), altrimenti l’earn-out diventa un terreno di conflitto.


Definizione operativa: covenant = impegni misurabili, non “buone intenzioni”

Un covenant, per essere utile, deve avere tre caratteristiche:

  • È chiaro su chi fa cosa (soggetto dell’obbligo).
  • Ha un perimetro preciso (cosa rientra e cosa no).
  • È misurabile o verificabile (quando scatta una violazione, e come si dimostra).

La differenza tra una clausola “bella” e una clausola “che funziona” è spesso qui: nella capacità di tradurre una preoccupazione reale in un testo che non lasci zone grigie.

Ecco perché, quando lavoriamo in advisory, insistiamo su un principio: se una clausola non è monitorabile, è quasi sempre litigabile.


Tipologie di covenant: affermativi, negativi e finanziari

In M&A si usa spesso una distinzione semplice (ma potente):

  • Covenant affermativi: obblighi di fare.
  • Covenant negativi: obblighi di non fare.
  • Covenant finanziari: impegni legati a numeri, soglie, indicatori.

Tabella di confronto: covenant affermativi vs negativi

Tipo di covenantCosa significaEsempi tipici in un contratto M&ARischio se scritto male
Affermativo (obbligo di fare)La società/venditore deve compiere azioni specifichefornire report mensili, mantenere assicurazioni, preservare personale chiave, ottenere autorizzazioni, cooperare con due diligence“obbligo generico” → difficile provare la violazione
Negativo (obbligo di non fare)La società/venditore non può compiere determinate azioni senza consensonon distribuire dividendi, non contrarre nuovi debiti, non vendere asset, non cambiare politiche commerciali, non fare assunzioni fuori budgetdiventa troppo restrittivo → blocca la gestione operativa

Questa tabella sembra elementare, ma è un ottimo test: se non sai in quale colonna mettere una clausola, probabilmente la clausola è scritta in modo confuso.


Esempi concreti di covenant affermativi: i “doveri” che proteggono il valore

I covenant affermativi sono spesso legati al periodo tra firma e closing, quando l’acquirente ha già preso un impegno economico ma non controlla ancora l’azienda. Qui l’obiettivo è “mantenere il motore acceso” senza sorprese.

Un covenant affermativo tipico è l’obbligo di gestire l’azienda in modo ordinario, preservando i rapporti con clienti e fornitori. In molte operazioni si abbina a obblighi puntuali: mantenere le assicurazioni, non interrompere contratti strategici, non cambiare sistemi contabili, non modificare condizioni commerciali chiave.

Attenzione: un covenant affermativo non deve trasformarsi in un manuale operativo imposto dall’acquirente. Se entra troppo in profondità, rischia di paralizzare l’impresa e creare attrito quotidiano.


Esempi concreti di covenant negativi: il “perimetro” entro cui muoversi

I covenant negativi funzionano come un recinto: dentro quel recinto la società può gestire l’ordinario, ma per azioni straordinarie serve un consenso (di solito scritto) dell’acquirente.

Esempi comuni:

  • contrarre nuovi finanziamenti o concedere garanzie;
  • assumere personale fuori dal budget o aumentare significativamente stipendi e bonus;
  • fare investimenti importanti;
  • vendere asset rilevanti;
  • distribuire dividendi o effettuare operazioni “a favore” dei soci (il tema del leakage nei deal a prezzo “locked box”).

La chiave negoziale è trovare un equilibrio: l’acquirente vuole protezione, il venditore vuole poter gestire senza chiedere permesso per ogni decisione.


I covenant finanziari: quando il contratto parla la lingua dei numeri

I covenant finanziari non sono solo roba da banche e finanziamenti. In M&A entrano spesso:

  • come condizioni (es. “NFP a closing non superiore a X”);
  • come parametri di aggiustamento prezzo (es. working capital target);
  • dentro un earn-out (es. pagamento addizionale se l’EBITDA supera una soglia);
  • come obblighi di reporting e “certificazioni” periodiche.

Qui il rischio principale non è il “se”, ma il “come”: come definisci EBITDA? Cosa escludi? Che cosa succede se cambiano i principi contabili? Come tratti leasing, factoring, crediti dubbi?

Quando un indicatore finanziario è scritto male, non crea solo incertezza: crea un incentivo sbagliato. Per esempio, un earn-out basato su EBITDA senza regole può spingere a tagliare costi critici o a rinviare investimenti, danneggiando il valore nel medio periodo.


Un passaggio fondamentale: definizioni e allegati valgono quanto le clausole

Molti contenziosi in M&A non nascono nella clausola principale, ma nelle definizioni. Per questo, quando leggi un covenant, fai sempre un controllo “a tre livelli”:

  1. Clausola: cosa dice davvero?
  2. Definizioni: i termini chiave (EBITDA, Debito Netto, Material Adverse Change, Ordinaria Gestione) sono definiti in modo coerente?
  3. Allegati e disclosure: ci sono eccezioni o situazioni già note che cambiano il senso pratico della clausola?

Un contratto M&A è un sistema: se una definizione è ambigua, tutta la struttura si indebolisce.


Aspetti negoziali e redazionali: il vero equilibrio tra protezione e flessibilità

La negoziazione dei covenant è spesso una partita di equilibrio. L’acquirente cerca strumenti per non “comprare un’azienda diversa” rispetto a quella vista in due diligence; il venditore vuole evitare di sentirsi commissariato, soprattutto se il closing è lontano e l’azienda deve continuare a crescere.

Ci sono alcune leve redazionali molto concrete che aiutano a bilanciare:

Materialità e soglie

Inserire concetti come “materiale” o soglie economiche può evitare che piccole deviazioni diventino eventi di default. Ma attenzione: “materiale” va definito o almeno ancorato a criteri oggettivi (importi, percentuali, effetti su EBITDA o cassa).

Meccanismo di consenso

Un covenant negativo può prevedere che certe azioni siano vietate “salvo consenso scritto dell’acquirente”. Qui la domanda è: in quanto tempo? e con quali criteri?.

Una buona prassi è prevedere che il consenso non sia “irragionevolmente negato” e che ci sia un tempo di risposta. È una formula che riduce frizioni operative e rende il patto più realistico.

Eccezioni e carve-out

Ogni impresa ha eccezioni fisiologiche. Un contratto serio le tratta apertamente: investimenti già pianificati, contratti già in negoziazione, stagionalità, picchi di magazzino, rinnovi automatici. Le eccezioni non indeboliscono la tutela; la rendono applicabile.

Coerenza con il business plan

Un errore frequente: firmare covenant che impediscono di eseguire il piano industriale condiviso. Se l’accordo si fonda su una crescita, i covenant devono permettere quella crescita.


Il periodo tra signing e closing: perché qui i covenant sono più “sensibili”

Tra firma e closing, soprattutto se ci sono autorizzazioni antitrust o golden power, l’intervallo può essere lungo. In quel tempo l’acquirente è esposto: ha impegnato risorse, ma non ha controllo. Ed è proprio qui che i covenant fanno più rumore.

Il cuore di questa fase è quasi sempre la clausola di ordinary course of business: l’impegno a gestire l’attività in continuità, senza deviazioni significative. La logica è semplice: l’acquirente vuole arrivare al closing trovando “la stessa azienda” vista al signing.

In letteratura e nella prassi internazionale si sottolinea come l’obiettivo principale di questi covenant sia garantire che il business resti sostanzialmente lo stesso tra signing e closing. (fasken.com)

Attorno a questo cuore ruotano covenant più dettagliati: obbligo di informare su eventi rilevanti, divieti di nuove assunzioni o nuovi debiti, limiti a investimenti straordinari, preservazione di asset e relazioni.


Dal “locked box” al “completion accounts”: i covenant cambiano insieme al prezzo

Non esiste un contratto standard. Un esempio che impatta molto sui covenant è il meccanismo prezzo.

  • Locked box: il prezzo è fissato con riferimento a una data storica (la “locked box date”). Qui la tutela tipica è il divieto di leakage (uscite di valore verso i soci o parti correlate). I covenant si concentrano su cosa può uscire e cosa no.
  • Completion accounts: il prezzo si aggiusta al closing sulla base di posizioni finanziarie (cassa, debito, capitale circolante). Qui i covenant spesso servono a impedire manovre opportunistiche (es. spostare pagamenti o gonfiare magazzino) e a garantire regole contabili coerenti.

Capire questa connessione è fondamentale: non puoi valutare un covenant senza sapere qual è il “motore economico” dell’operazione.


Monitoraggio e rispetto: come si controllano i covenant dopo il closing

Molti imprenditori pensano che il contratto “finisca” al closing. In realtà, nel post-closing spesso inizia la parte più delicata, soprattutto quando:

  • c’è un earn-out;
  • c’è un pagamento differito;
  • c’è un reinvestimento del venditore (rollover);
  • c’è un socio di minoranza con diritti particolari;
  • c’è una transizione operativa (servizi IT, logistica, back office).

In questi casi i covenant diventano un sistema di governance. Il monitoraggio avviene tipicamente con:

  • report periodici (mensili/trimestrali) con KPI concordati;
  • diritti di informazione e audit su contabilità e documenti;
  • comitati o momenti di confronto (anche informali) per gestire eccezioni;
  • certificazioni del management (quando ci sono indicatori finanziari).

Un monitoraggio sano non è controllo ossessivo: è prevenzione. Perché se un covenant si “rompe”, spesso il rapporto si rompe prima ancora del contratto.


Rimedi in caso di violazione: che cosa può succedere, davvero

Qui è facile cadere nel tecnicismo. Ma il concetto è semplice: una violazione deve avere un effetto chiaro. I rimedi più comuni includono:

  • cure period (tempo per rimediare);
  • obbligo di fare / specific performance (es. consegnare documenti, ripristinare una situazione);
  • risarcimento/indennizzo, quando la violazione produce un danno;
  • riduzione o sospensione di pagamenti differiti;
  • risoluzione/diritto di recesso nei casi più gravi, soprattutto nel pre-closing.

Molto dipende da come sono scritte le soglie, i tempi e le prove. Anche qui, la chiarezza riduce la conflittualità.


Caso pratico o trend recente: perché nel 2025-2026 le clausole “pesano” di più

Negli ultimi anni (e in modo ancora più evidente tra 2025 e 2026) i deal hanno dovuto convivere con più incertezza: geopolitica, volatilità di filiera, dazi e cambi normativi, oltre a un’attenzione regolatoria più ampia.

Una sintesi utile arriva dall’analisi dei trend europei: maggiore enfasi su protezione del valore, uso più frequente di clausole MAC, più earn-out e più strumenti di mitigazione del rischio come la W&I insurance. (cms.law)

Sul fronte regolatorio, diverse analisi di mercato evidenziano che la scrutinio sulle operazioni non riguarda più solo l’antitrust: crescono i temi legati a privacy, cybersecurity, ESG, investimenti esteri e sicurezza nazionale. Questo allunga i tempi, aumenta la complessità e rende i covenant pre-closing più importanti (perché l’interim period si allunga). (bcg.com)

In parallelo, in molti mercati l’uso di earn-out e pagamenti differiti è diventato uno strumento frequente per colmare i gap di valutazione e gestire l’incertezza. In alcune ricerche sul mercato 2024-2025, l’earn-out risulta in aumento e la W&I insurance viene indicata come presenza significativa in una quota rilevante di operazioni. (lw.com)

Infine, una dinamica molto concreta: quando eventi esterni (come dazi o shock macro) cambiano il contesto, tornano sotto i riflettori le clausole di ordinary course. Non perché siano “più belle”, ma perché possono diventare il vero perno di un diritto di recesso nel pre-closing, anche quando non si arriva a una MAC. (fasken.com)

Tradotto: nel 2025-2026, negoziare bene le clausole non è un esercizio legale. È gestione del rischio e protezione del valore.


Come leggere i covenant senza perdersi: 10 domande pratiche (poche, ma buone)

Qui ti propongo una mini-checklist che usiamo spesso in advisory. Non serve spuntarla “da avvocati”: serve a capire se la clausola è gestibile.

  • Chi è obbligato? Il venditore, la target, il management?
  • Cosa è esattamente vietato/obbligatorio?
  • Quanto è l’impatto economico (soglie, percentuali, importi)?
  • Quando vale la clausola (solo pre-closing, anche post-closing)?
  • Come si misura e si prova una violazione?
  • C’è un tempo per rimediare?
  • C’è un meccanismo di consenso (e tempi di risposta)?
  • Ci sono eccezioni già previste (budget, business plan, stagionalità)?
  • Che rimedio scatta (indennizzo, riduzione prezzo, recesso)?
  • La clausola è coerente con la strategia dell’operazione (earn-out, locked box, integrazione)?

Se una clausola non risponde a queste domande, non è “sbagliata” per forza. Ma è una candidata naturale a diventare un problema.


Esempio pratico: come “calcolare” (e verificare) un covenant finanziario

Chiudiamo con un esempio molto concreto, perché spesso la comprensione delle clausole si gioca sui numeri.

Scenario

Immagina una PMI che viene acquistata con firma oggi e closing tra 90 giorni. Nel contratto è inserito un covenant finanziario che tutela l’acquirente:

  • Covenant a closing: Net Debt / EBITDA Adj. deve essere ≤ 3,0x.

Il contratto definisce:

  • Net Debt (Debito Netto) = Debiti finanziari (banche + leasing) Cassa e disponibilità liquide.
  • EBITDA Adj. (EBITDA rettificato) = EBITDA degli ultimi 12 mesi + costi “one-off” documentati (max €200k).

Dati al closing (semplificati)

  • Debiti bancari: €6.200.000
  • Leasing finanziari: €800.000
  • Cassa: €1.100.000
  • EBITDA ultimi 12 mesi: €2.000.000
  • Costi one-off documentati: €150.000 (ammissibili perché sotto il cap di €200k)

Passo 1: calcolo del Debito Netto

Debito Netto = (6.200.000 + 800.000) – 1.100.000 = 7.000.000 – 1.100.000 = €5.900.000

Passo 2: calcolo dell’EBITDA rettificato

EBITDA Adj. = 2.000.000 + 150.000 = €2.150.000

Passo 3: calcolo del rapporto (covenant ratio)

Net Debt / EBITDA Adj. = 5.900.000 / 2.150.000

Facciamo la divisione:

  • 2.150.000 × 2 = 4.300.000
  • Resto: 5.900.000 – 4.300.000 = 1.600.000
  • 1.600.000 / 2.150.000 ≈ 0,744

Quindi il rapporto ≈ 2,74x

Verifica

2,74x ≤ 3,0x → covenant rispettato.

E se fosse stato violato?

Supponiamo invece che la cassa fosse €300.000 (non €1.100.000).

  • Debito Netto = 7.000.000 – 300.000 = €6.700.000
  • Rapporto = 6.700.000 / 2.150.000 ≈ 3,12x → covenant violato.

A quel punto la clausola deve dirti (in modo esplicito):

  1. C’è un “cure period”? (es. 10 giorni per ripristinare)
  2. Qual è il rimedio? (es. trattenere parte del prezzo in escrow, ridurre il prezzo, posticipare il closing, o in casi estremi diritto di recesso)
  3. Quali leve di rientro sono ammesse? (es. versamento soci per ridurre debito, rimborso anticipato finanziamenti, rinegoziazione)

Il calcolo, quindi, è solo metà del lavoro. L’altra metà è leggere bene: definizioni, perimetro, rimedi. È qui che “comprendere le clausole” diventa una competenza economica, non solo legale.


Conclusione: le clausole non sono carta, sono strategia

Comprendere i covenant significa capire dove si gioca davvero il rischio di un’operazione M&A: nel periodo tra firma e closing, nell’integrazione post-closing, nei meccanismi economici che dipendono da numeri e comportamenti.

Se ti porti a casa tre idee, portati queste:

  1. I covenant vanno letti insieme a definizioni e allegati.
  2. Un buon covenant è chiaro, misurabile e negoziabile (non oppressivo).
  3. Nel mercato 2025-2026, con tempi più lunghi e più incertezza, i covenant sono diventati uno degli strumenti principali per proteggere valore e ridurre conflitti.

Se stai valutando una vendita, un’acquisizione o l’ingresso di un investitore e vuoi capire dove sono i punti davvero “sensibili” del contratto, possiamo aiutarti a fare chiarezza con un approccio concreto e orientato alle decisioni.

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Earn-out: quando conviene davvero e come evitarne le trappole

(Metriche, controllo, governance e definizioni contabili per non ritrovarsi a “lavorare per il bonus”)

Perché l’earn-out divide: ponte intelligente o mina sotto il deal?

L’earn-out nasce con una promessa semplice: se l’azienda comprata performa, una parte del prezzo si paga dopo. Sembra equo. In pratica, però, può diventare un terreno scivoloso: si firma convinti di aver “chiuso il gap di valutazione” e ci si ritrova, mesi dopo, a vivere ogni decisione come una battaglia di numeri. Il rischio più comune è psicologico prima ancora che finanziario: l’imprenditore venditore smette di guidare il business e inizia a “lavorare per il bonus”.

L’obiettivo di questo articolo è riportare l’earn-out nella sua dimensione corretta: uno strumento di prezzo e di rischio, non un gioco di prestigio contrattuale. Se lo strutturi bene, può sbloccare operazioni che altrimenti non si farebbero. Se lo strutturi male, crea tensioni, distorce le scelte e spesso finisce in contenzioso (o, più spesso, in frustrazione silenziosa).

Che cos’è davvero un earn-out (oltre la definizione da manuale)

Un earn-out è una porzione del corrispettivo che viene pagata in futuro, condizionata al raggiungimento di obiettivi (economici o operativi) in un periodo definito dopo il closing.

I suoi elementi essenziali sono quattro:

  • Metriche: su cosa misuri la performance (EBITDA, ricavi, margine lordo, clienti, ARR, ecc.).
  • Periodo di misurazione: 12, 24, 36 mesi… e come gestisci stagionalità e cicli.
  • Formula di calcolo: soglie, step, cap, floor, pesi, eventuali correttivi.
  • Regole del gioco: governance, controlli, definizioni contabili, diritti informativi, audit, risoluzione dispute.

Qui sta la differenza tra un earn-out “pulito” e uno tossico: la parte numerica è metà del lavoro; l’altra metà sono le regole che impediscono ai numeri di essere manipolati (anche involontariamente).

Quando conviene davvero: 5 scenari in cui l’earn-out ha senso

L’earn-out non è “buono” o “cattivo” in assoluto. Conviene quando risolve un problema reale. I casi più solidi sono questi.

1) Quando esiste incertezza oggettiva sui risultati futuri

Se il business è in trasformazione (nuovi prodotti, nuovi mercati, regolamenti in arrivo, clienti in migrazione), è difficile fissare oggi un prezzo che soddisfi entrambi. In questi casi l’earn-out può essere un modo sensato per dire: “oggi paghiamo il valore certo, domani paghiamo la parte che dipende da come andrà davvero”.

2) Quando serve “colmare” un gap di valutazione senza forzare i multipli

Capita spesso: il venditore ragiona sul potenziale, l’acquirente sui numeri storici normalizzati. Se l’earn-out copre solo la parte di valore legata a ipotesi future, allora ha senso. Se invece copre anche il valore già dimostrato, diventa un modo per spostare il rischio solo da una parte.

3) Quando la creazione di valore dipende da persone chiave (ma va gestita bene)

Se una parte importante dei risultati post-closing dipende dalla permanenza e dall’impegno del management (spesso l’imprenditore stesso), l’earn-out può funzionare come meccanismo di allineamento. Attenzione però: se l’imprenditore non ha controllo sulle leve, l’allineamento è solo teorico.

4) Quando l’acquirente vuole proteggersi da concentrazione clienti o ricavi non ricorrenti

Se una quota rilevante di ricavi dipende da pochi clienti o commesse, l’earn-out può essere una forma di “assicurazione”: paghi di più solo se il portafoglio regge. Qui spesso funzionano bene metriche come retention clienti, margine lordo per linea, ricavi ricorrenti.

5) Quando è una scelta di struttura finanziaria (cassa e debito)

In alcuni deal l’acquirente preferisce non appesantire la posizione finanziaria al closing. L’earn-out, in questi casi, è una componente di prezzo “differita” che riduce l’esborso iniziale. Conviene solo se la metrica non può essere pilotata e se le regole di pagamento sono chiare.

Quando NON conviene: i casi in cui è meglio negoziare altro

Ci sono situazioni in cui l’earn-out è quasi sempre una cattiva idea (o almeno, va limitato e blindato).

1) Quando l’acquirente controllerà tutte le leve operative

Se dopo il closing l’acquirente decide prezzi, investimenti, organico, canali commerciali e integrazione, mentre il venditore resta “responsabile dei risultati” sulla carta, l’earn-out rischia di diventare un premio discrezionale mascherato.

2) Quando l’integrazione è profonda e inevitabile

Se il piano prevede accorpamenti di strutture, riallocazioni di costi, cambi di ERP, politiche commerciali unificate, l’EBITDA della target diventa difficile da “isolare”. In questi casi un earn-out su metriche contabili può diventare una guerra di imputazioni.

3) Quando la metrica scelta è troppo “contabile” e poco “operativa”

Più una metrica è influenzabile da criteri contabili (accantonamenti, capitalizzazioni, allocazioni), più aumenta il rischio che la discussione diventi: “non è andata male, è che avete contabilizzato in un certo modo”.

4) Quando la relazione tra le parti è già tesa in negoziazione

L’earn-out richiede fiducia minima e trasparenza. Se già in fase di trattativa si litiga su tutto, legare una parte di prezzo a risultati futuri è come firmare una convivenza senza accordarsi sulle regole della casa.

Le trappole più frequenti: perché ci si ritrova a “lavorare per il bonus”

La frase “lavorare per il bonus” descrive un earn-out strutturato male: l’imprenditore continua a impegnarsi, ma non governa le variabili che determinano il pagamento. Le trappole ricorrenti sono quasi sempre queste (e sono tutte evitabili con metodo).

Trappola 1 — KPI scelti perché “standard”, non perché controllabili

Molti earn-out sono legati all’EBITDA perché “si fa così”. Ma l’EBITDA è controllabile solo se hai chiarezza su: costi allocati, management fees, criteri di capitalizzazione, costi straordinari, politiche di magazzino, leasing, accantonamenti. Se questi aspetti non sono definiti, l’EBITDA diventa una variabile negoziabile a posteriori.

Trappola 2 — Definizioni vaghe (o rimandate al bilancio)

“EBITDA come da bilancio” sembra chiaro e invece è spesso il contrario: il bilancio segue principi contabili e scelte gestionali che possono cambiare nel tempo. Senza un allegato tecnico con definizioni e rettifiche ammesse/non ammesse, il rischio è altissimo.

Trappola 3 — Costi di integrazione scaricati sulla target

Se l’acquirente integra e attribuisce costi di progetto alla target, l’earn-out si riduce. Non serve malizia: basta una contabilità industriale “normale”. Per questo la regola deve essere scritta: quali costi di integrazione sono esclusi? quali sono inclusi? come si documentano?

Trappola 4 — Allocazioni interne e prezzi di trasferimento non regolati

Appena ci sono servizi condivisi (IT, HR, finanza), compaiono addebiti intercompany. Se non hai un criterio, l’earn-out può essere “aggiustato” senza toccare il business reale.

Trappola 5 — Governance debole: reporting tardivo e zero diritto di audit

Se il venditore scopre i numeri a fine anno, quando “ormai è andata”, non ha strumenti. Serve reporting periodico, trasparenza e, soprattutto, diritto di verifica.

Trappola 6 — Incentivi distorti: spingi il breve, rovini il lungo

Un earn-out mal disegnato porta a scelte miopi: sconti aggressivi per fare ricavi, tagli di costi che danneggiano qualità, rinvio investimenti. Se la metrica premia solo un numero, il numero vincerà… anche a scapito dell’azienda.

Metriche: come scegliere KPI che funzionano davvero

La metrica giusta è quella che misura valore e che è difficile da manipolare, oltre che coerente con il business.

Ricavi: semplici, ma non sempre “puliti”

I ricavi sono facili da capire, però attenzione a: riconoscimento ricavi, resi, sconti, fatturazioni anticipate, bundle, contratti pluriennali. Se scegli ricavi, devi definire: quando un ricavo “vale” (fatturato? incassato? erogato?) e come gestire cancellazioni e note di credito.

Margine lordo: spesso più robusto dei ricavi

Il margine lordo (ricavi – costi diretti) è utile quando vuoi evitare che l’earn-out premi vendite a bassa qualità. Però richiede disciplina su cosa è “costo diretto” e come gestisci acquisti, scorte, lavorazioni esterne.

EBITDA: potente, ma solo con definizioni ferree

L’EBITDA ha senso se:

  • l’azienda ha contabilità affidabile e stabile;
  • l’integrazione non “sporca” troppo i costi;
  • definisci in modo puntuale rettifiche, costi una tantum e addebiti intercompany.

In pratica, l’EBITDA funziona quando lo tratti come una metrica “contrattuale”, non come una riga del conto economico.

KPI operativi: spesso i migliori per evitare guerre contabili

In molti casi conviene legare parte dell’earn-out a metriche operative: numero clienti attivi, retention, NPS, volumi, milestone di prodotto, certificazioni, performance di una BU. Sono KPI più “reali”, ma vanno definiti bene (sistema di misurazione, fonte dati, audit sul CRM/ERP).

Un approccio intelligente: mix di metriche

Spesso il compromesso migliore è un earn-out con due livelli: uno su metrica economica (es. EBITDA normalizzato) e uno su metrica di qualità (es. retention clienti o margine lordo). Così eviti che il premio spinga comportamenti dannosi.

Controllo: se non controlli le leve, l’earn-out è una scommessa

Qui si gioca la partita vera. Prima ancora di discutere la formula, chiediti: chi decide cosa nei mesi dell’earn-out?

Le leve che cambiano il risultato (e devono essere regolate)

Ci sono leve che muovono i numeri in modo enorme: prezzi, sconti, politiche di credito, assunzioni, bonus commerciali, investimenti, marketing, outsourcing, chiusura sedi, migrazione sistemi. Se l’earn-out dipende da performance e il venditore resta operativo, serve chiarezza su:

  • autonomia del management della target;
  • budget annuale e chi lo approva;
  • capex minimo/massimo;
  • politiche di pricing e scontistica;
  • priorità commerciali (cross-selling sì/no e a quali condizioni).

“Covenant di gestione”: la clausola che salva tanti earn-out

Nei contratti ben fatti si inseriscono impegni dell’acquirente a gestire la target in modo “coerente” con l’obiettivo dell’earn-out. Non significa bloccare l’acquirente, significa evitare che l’earn-out diventi arbitrario. E soprattutto definire cosa succede se l’acquirente cambia strategia (es. integra totalmente e azzera l’autonomia).

Governance: regole pratiche per non trasformare i KPI in un campo di battaglia

Se c’è earn-out, serve governance, anche nelle PMI. Non “burocrazia”: regole minime di trasparenza.

Reporting: frequenza, formato, responsabilità

Il venditore (o il management coinvolto) deve ricevere report periodici: mensili o trimestrali, con conto economico gestionale, KPI e spiegazione degli scostamenti. Non è un capriccio: è l’unico modo per correggere rotta prima che sia tardi.

Diritto di audit e accesso ai dati

Un earn-out senza possibilità di verifica è una promessa. Serve definire:

  • accesso al gestionale/CRM (anche read-only);
  • diritto di chiedere evidenze su allocazioni e addebiti;
  • revisione da parte di un professionista terzo in caso di contestazione.

Meccanismo di risoluzione dispute

Quando c’è disaccordo, serve un percorso: confronto tra CFO, poi escalation tra CEO, poi esperto indipendente (arbitratore tecnico) con tempi rapidi. È una clausola che sembra “pessimista” ma riduce contenziosi, perché evita di litigare per mesi.

Definizioni contabili: il punto che tutti sottovalutano (finché non è troppo tardi)

L’earn-out vive o muore qui. Se le definizioni sono vaghe, tutto diventa discutibile.

EBITDA “contrattuale”: cosa definire in modo esplicito

Se l’earn-out è su EBITDA, l’allegato contabile dovrebbe chiarire almeno:

  • criteri di riconoscimento ricavi (e gestione resi/bonus/sconti);
  • trattamento costi straordinari e one-off (inclusi o esclusi?);
  • costi di integrazione (quali esclusi e come documentati);
  • management fees e addebiti intercompany (criterio e cap);
  • criteri di capitalizzazione vs costi (software, R&D, impianti);
  • accantonamenti e svalutazioni (policy e limiti);
  • leasing e ammortamenti se usi EBIT/utile operativo;
  • coerenza con un set di principi contabili “bloccati” (policy lock).

L’idea è semplice: bloccare le regole, non i risultati.

Attenzione alle parole “extraordinary”, “non recurring”, “normalizzato”

Sembrano tecniche, ma se non le definisci diventano elastiche. In un earn-out serio, “non ricorrente” non è un’opinione: è una lista di casi, con criteri.

Struttura del pagamento: come evitare che l’earn-out diventi solo teoria

Anche con KPI perfetti, se il pagamento è costruito male, torni al punto di partenza.

Cap, floor, soglie e “step”

  • Cap: limite massimo (ok, serve).
  • Floor: minimo garantito (attenzione: può svuotare di senso il rischio).
  • Soglia: se non la raggiungi, zero.
  • Step: paghi a scaglioni o in proporzione.

Nella pratica, un earn-out “a scaglioni” riduce discussioni su micro-differenze, ma può creare effetto “tutto o niente”. Quello proporzionale è più equo ma va definito con cura.

Timing e garanzie di pagamento

Quando viene pagato? 30/60/90 giorni dall’approvazione dei conti? C’è escrow? C’è compensazione con eventuali indennizzi? Più queste cose sono chiare, meno l’earn-out diventa una promessa generica.

Esempio pratico: come calcolare un earn-out (e dove si nascondono le trappole)

Facciamo un esempio semplice ma realistico, con una metrica economica e alcune rettifiche.

Scenario

  • Prezzo al closing: € 20.000.000
  • Earn-out massimo: € 6.000.000 su 2 anni
  • Metrica: EBITDA contrattuale della target (non del gruppo)
  • Soglie:
    • Anno 1: target EBITDA € 4,5M
    • Anno 2: target EBITDA € 5,2M
  • Formula: payout annuo = € 3.000.000 × (EBITDA realizzato / EBITDA target), con cap a € 3.000.000 e payout zero se EBITDA < 80% del target.

Dati a consuntivo

  • Anno 1: EBITDA contabile “grezzo” = € 4,6M
    • Costi integrazione IT addebitati: € 0,5M
    • Management fee di gruppo: € 0,2M
  • Anno 2: EBITDA contabile “grezzo” = € 5,1M
    • Costi integrazione (residui): € 0,2M
    • Management fee: € 0,2M

Passo 1 — Applica le definizioni contrattuali (qui si decide tutto)

Immaginiamo che il contratto dica:

  • costi di integrazione esclusi dall’EBITDA contrattuale (se documentati);
  • management fee inclusa ma con cap a € 0,1M/anno.

Anno 1: EBITDA contrattuale

EBITDA grezzo 4,6M

  • integrazione esclusa 0,5M
  • eccedenza management fee (0,2M – 0,1M) = 0,1M
    EBITDA contrattuale = 4,6 + 0,5 + 0,1 = € 5,2M

Anno 2: EBITDA contrattuale

EBITDA grezzo 5,1M

  • integrazione esclusa 0,2M
  • eccedenza management fee 0,1M
    EBITDA contrattuale = 5,1 + 0,2 + 0,1 = € 5,4M

Passo 2 — Calcola il payout con la formula

Payout Anno 1

Target 4,5M — Realizzato 5,2M
Payout = 3,0M × (5,2 / 4,5) = 3,0M × 1,155… = 3,46M, ma c’è cap a 3,0M
Payout Anno 1 = € 3,0M

Payout Anno 2

Target 5,2M — Realizzato 5,4M
Payout = 3,0M × (5,4 / 5,2) = 3,0M × 1,038… = 3,11M, cap a 3,0M
Payout Anno 2 = € 3,0M

Earn-out totale pagato: € 6,0M (cap raggiunto)

Dove sarebbe stata la trappola, senza definizioni?

Se avessi usato “EBITDA come da bilancio” senza rettifiche:

  • Anno 1: 4,6M vs target 4,5M → payout ≈ 3,0M × 1,022 = 3,07M (cap 3,0M) ok, ma borderline.
  • Anno 2: 5,1M vs target 5,2M → payout = 3,0M × 0,981 = 2,94M.

E soprattutto: se l’acquirente avesse aumentato management fee o addebitato più costi centrali, l’earn-out sarebbe sceso pur con business sano. Non per frode: per meccanica. È questo che va prevenuto.

Sintesi operativa: l’earn-out “sano” in 8 regole semplici

Un earn-out funziona quando:

  1. KPI scelti perché controllabili, non perché “standard”.
  2. Definizioni contabili in allegato tecnico (non frasi generiche).
  3. Costi integrazione regolati (inclusi/esclusi con criteri).
  4. Allocazioni interne con criterio e cap.
  5. Governance: reporting, accesso dati, audit.
  6. Regole su budget e leve operative (chi decide cosa).
  7. Formula chiara, con soglie e cap ragionevoli.
  8. Meccanismo dispute rapido e tecnico, non “politico”.

Conclusione: l’earn-out è utile solo se non diventa un tiro alla fune

Se stai vendendo o acquistando, l’earn-out non deve essere un modo elegante per rimandare il problema del prezzo. Deve essere un modo per distribuire rischio e valore in modo misurabile. La domanda da tenere sempre sul tavolo è una sola:
“Chi controlla le leve che determinano il pagamento?”
Se la risposta non è chiara, non è un earn-out: è un azzardo contrattuale.

Se vuoi strutturare un earn-out che non ti faccia finire a “lavorare per il bonus”, in Inveneta lavoriamo proprio su questo: metriche giuste, governance essenziale, definizioni contabili blindate e negoziazione pulita.

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